Dalla rassegna stampa Cinema

In tv l'America degli «Angeli»

…storia di una coppia di giovanni gay (scardinata dalla rivelazione che uno dei due è malato di Aids) …

Arriva sul piccolo schermo Usa «Angels in America» di Tony Kushner, il più importante testo teatrale americano dell’ultima decade che racconta di religione, d’amore e di politica. In onda sulle rete Hbo, è diretto da Mike Nichols con un cast stellare, Al Pacino, Meryl Streep, Eddie Murphy

NEW YORK Mentre nelle sale cinematografiche si accavallano zuccherosi film di Natale animati da elfi di taglia extralarge, gatti parlanti con cappelli chilometrici, giganti buoni, babbi natale da disintossicare e redimere e, soprattutto, da una fame di sentimenti non tanto semplici e buoni quanto semplicistici e vuoti (vedi l’immagine strettissima di Bush con il tacchino tra le truppe – il cui impresentabile fuori campo strillava «l’orrore, l’orrore», come Marlon Brando in Apocalypse Now), è arrivato sui piccoli schermi un perfetto oggetto da feste natalizie e di fine d’anno – popolato di angeli e in cui si parla di religione, di bene e di male, di politica, di amore, di razza, storia e fine del mondo. Grazie alla rete via cavo Hbo, che vi ha investito sessanta milioni di dollari, da domenica scorsa (con puntata finale domenica prossima) Angels in America, ovvero il più importante testo teatrale americano della decade scorsa è stato messo a disposizione di milioni di telespettatori Usa. Diviso in due parti – come nell’allestimento originale messo in scena su Broadway dieci anni fa – e fedelissimo al testo originale di Tony Kushner (che na ha curato l’adattamento), questo Angels in America non è teatro filmato, bensì una produzione cinematografica vera e propria, con esterni, effetti speciali e un cast quasi tutto nuovo, di cui fanno parte Al Pacino, Meryl Streep (in 3 ruoli diversi, un po’ Eddie Murphy), Mary Louise Parker, Jeffrey Wright, Emma Thompson (anche lei multipla, fa allo stesso tempo un vecchio rabbino, un’infermiera italoamericana e un angelo). Dietro alla macchina da presa, per raccontare i destini incrociati di quattro uomini gay, due donne mormone, il braccio destro di McCarthy, Roy Cohn, e del fantasma di Ethel Rosenberg, c’è Mike Nichols un regista che, alle spalle, di film che «fanno epoca» – come il testo di Kushner – ne ha almeno due (Il laureato e Working Girl). È proprio nella New York degli eighties (per la precisione nel 1985), delle donne in carriera, dei wolfiani masters of the universe e dell’Aids che è ambientato Angels in America.

Quasi vent’anni dopo quei giorni, in un momento in cui i tribunali del Massachusetts hanno sancito la legalizzazione dei matrimoni gay (ma l’Aids, come ricordano la World Health Organization e l’ultimo numero di The Nation, conta attualmente 40 milioni di infetti e 3 milioni di morti solo nel 2003), accendendo il televisore, domenica scorsa, si poteva temere un effetto retro. In realtà, in questo suo nuovo formato, Angels è sembrato un oggetto più attuale, urgente, che mai. E non solo perché il ritmo e l’affilatezza del suo testo sfidano i migliori copioni di quei trattati di storia e flososofia d’America che sono le commedie hollywoodiane dei primi anni trenta. Nel suo drama, utilizzando ingredienti imprevisti (come Ethel Rosenberg, i retaggi del maccartismo, angeli, fantasmi, millenarismo, cultura western e un viaggio inverso a quello che aveva portato i discepoli di Brigham Young dall’est al gran lago salato dello Utah), Kushner aveva intrecciato alla storia di una coppia di giovanni gay (scardinata dalla rivelazione che uno dei due è malato di Aids) e a quella di una coppia di mormoni trapiantati a New York (dove lei si fa di Valium dal mattino alla sera mentre lui cova dubbi sulla sua identità sessuale), una riflessione sulla storia Usa, sui pregiudizi, sui rapporti tra razze e religioni. Ed era una riflessione, in corso/a, assolutamente necessaria, operata sulla ferita mostruosa e aperta di una catastrofe da cui non si poteva uscire senza un cambiamento.

Oggi i fantasmi che popolano le giornate e le notti dei newyorkesi, non sono più quelli dell’Aids. Sono altri e più recenti. «Mi sembra che stia per arrivare qualcosa di terrificante, sai, come un missile dallo spazio, e sta precipitando giù verso la terra, e io sono ground zero» dice, ad un certo punto, uno dei personaggi di Angels in America. Era impossibile rivederlo o guardarloper la prima volta, l’altra sera, senza pensare all’undici settembre – all’altro grande terremoto che ha scosso questa città e questo paese. E senza dirsi, di nuovo, che su quella ferita, una riflessione seria, anche a livello artistico, quasi nessuno ha ancora avuto il coraggio di farla . Lo sottolineava bene, Frank Rich in un lungo pezzo apparso sul NY Times proprio domenica scorsa, e in cui usava la forza, l’ardimento, di Kushner (a Angels ha seguito con Homebody/Kabul, e il suo nuovo lavoro teatrale, un musical dal titolo Caroline, or change, è attualmente in scena al Public Theater), la sua disponibilità a mettere tutto e tutti in gioco, a lasciare tutto «aperto», per contrapporla alla timidezza (quando non è peggio) e alla convenzionalità di quasi tutto quello che si è creato dopo e intorno al crollo delle torri. E di cui i vilipesi progetti per il memorial delle vittime del World Trade Center (recentemente esposti downtown e già stroncati da critica e pubblico) sono solo l’ultimo esempio.

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