Dalla rassegna stampa Cinema

Le invasioni barbariche

…paga per raccogliere intorno a lui la vecchia allegra banda degli amici d’un tempo (sono gli attori de «Il declino dell’impero americano»). Parenti, colleghi, ex amanti …

Denys Arcand, il regista canadese francofono sessantaduenne, maestro del cinema di conversazione, narratore della borghesia colta, alludendo al suo film più famoso, «Il declino dell’impero americano» (1986), dice che adesso l’impero americano regna sul mondo in maniera assoluta e quindi dovrà respingere senza sosta quegli attacchi dei barbari di cui l’attentato dell’11 settembre 2001 è stato soltanto il prototipo; dice pure che per gli americani tutti sono barbari, arabi, italiani, giapponesi. Ma il suo film «Le invasioni barbariche», intelligente, commovente, divertente, premiato per la migliore sceneggiatura e per la migliore attrice all’ultimo festival di Cannes, parla dell’invasione barbara definitiva: quella della malattia e della morte nel corpo di un uomo maturo, simbolo del malessere della nostra civiltà. Un professore universitario di Storia è in ospedale, sta morendo d’un cancro inguaribile. Il figlio, uomo d’affari che vive a Londra e non gli vuole bene, lo raggiunge soltanto per accontentare l’amatissima madre, non più moglie del malato ma sempre legata a lui. L’ospedale canadese è come tanti ospedali italiani: letti coi malati gravi nei corridoi, liste d’attesa di mesi per gli esami, infermieri irresponsabili, sindacalisti anche ricattatori. Come in Italia e ovunque, vige la capitalistica legge dei soldi. Il figlio del malato paga per migliorare le condizioni del padre: paga gli infermieri, paga l’amministrazione ospedaliera per ottenere una stanza singola, paga gli studenti del malato perché vadano a trovarlo, paga per fargli avere eroina antidolore, paga per raccogliere intorno a lui la vecchia allegra banda degli amici d’un tempo (sono gli attori de «Il declino dell’impero americano»). Parenti, colleghi, ex amanti restano anche quando il professore si trasferisce in una casa bellissima sul lago. Gli tengono compagnia sino alla fine, fanno musica, cucinano piatti raffinati, ricordano le ideologie, gli eroi e gli errori della giovinezza comune, recitano versi, raccontano storielle, lodano i libri prediletti (Cioran, Primo Levi, Solgenitsin). Discutono di politica: il morente è convinto che sia in arrivo la barbarie, che la cultura occidentale di Dante o di Montaigne sparirà, che l’importante sia (come facevano i monaci nel Medio Evo) conservare i libri. Sembra una convalescenza. È un’agonia: di un uomo, ma anche di una generazione, d’una borghesia intellettuale edonista e libertina, d’una cultura. Anche se privo di innovazioni rispetto al linguaggio cinematografico e di impianto piuttosto teatrale, il film benissimo recitato parla di morte con la massima vitalità.

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