Dalla rassegna stampa Cinema

Chinese Odyssey

…Due fratelli, principe e principessa, fuggono dalla corte dei Ming e vagano nel mondo: lei viene presa per un lui, con tutti gli equivoci del caso, finché tutto si sistema. . ..

Se Freddy vs. Jason è una bella trovata di marketing per fondere le due serie horror di maggiore successo degli ultimi vent´anni, Chinese Odyssey è un perfetto esempio di come le logiche hollywoodiane del riciclaggio e della parodia funzionino ad Oriente. Intanto, è il numero tre di una saga i cui primi due capitoli sono usciti entrambi nel ’94; inoltre, sta al «wuxiapian» – i film di arti marziali, genere portante del cinema cinese – come i Trinità stavano al western. Solo che nel cinema cinese la parodia non è mai «solo» parodia: in quella cultura le arti marziali sono una filosofia, una cosa molto seria, e anche quando scherzano su se stesse mantengono un versante mistico e poetico. Accade anche in Chinese Odyssey, che per altro sfrutta un meccanismo narrativo caro ai romanzi ellenistici, alle commedie latine, ai loro più illustri eredi, Ludovico Ariosto e William Shakespeare: lo scambio di sesso. Due fratelli, principe e principessa, fuggono dalla corte dei Ming e vagano nel mondo: lei viene presa per un lui, con tutti gli equivoci del caso, finché tutto si sistema. Il tono è divertito ma non dissacrante: gli attori guardano in macchina, strizzano l’occhio al pubblico; ci sono trovate comiche a metà fra i Monty Python e L´aereo più pazzo del mondo. Dirige Jeffrey Lau, autore anche dei primi due capitoli; produce Wong Kar-Wai, quello di In the Mood for Love (dal quale Chinese Odyssey eredita il protagonista, il divo Tony Leung). In Occidente Wong è un regista di culto, in Cina non ha paura di fare il buffone e di guadagnare soldi (il film è campione d’incassi dovunque è uscito).

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