Dalla rassegna stampa

Le ipocrisie armano il serial killer

…fra cui il discusso Bugie rosse, in cui affronta in modo «crudo» il tema dell’omosessualità…

Il mostro e le nostre Cattive coscienze. È il thriller erotico, psicologico ed ironico, del regista putignanese Francesco Campanella. La vicenda, ambientata in una grande città non meglio definita, narra di alcuni omicidi che vengono commessi con una ritualità particolare: il killer uccide con una squadra metallica da disegno.
Figlio di un finanziere di Putignano, Campanella vive fin da piccolo insieme alla madre i continui trasferimenti legati all’attività del padre: prima Grosseto e poi Roma. Nella capitale comincia col teatro, poi frequenta il Centro Sperimentale d’Arte Drammatica di Roma e si dedica alla regia cinematografica realizzando tre film, fra cui il discusso Bugie rosse, in cui affronta in modo «crudo» il tema dell’omosessualità.
In questi giorni, il regista barese è impegnato a Roma per le ultime riprese del suo quarto film, di cui ne è anche autore, Cattive coscienze, la cui uscita è prevista a settembre.
Il film si avvale di un cast prevalentemente al femminile: Eva Robin’s, Mirca Viola, Elisabetta Cavallotti (protagonista del primo hard d’autore, Guardami), Elisabetta Rocchetti (L’imbalsamatore), Rosaria De Cicco (Le fate ignoranti), Antonio Petrocelli, Giuseppe Simonelli, Guido Berti e il gradito ritorno di Florinda Bolkan.
Pierfrancesco Campanella, cosa si nasconde dietro le «Cattive coscienze».
«Il filo conduttore del film – spiega il regista – è un programma televisivo, un qualsiasi talkshow che tratta fatti di cronaca nera particolarmente violenti, ad esempio il caso di Erica e Omar o quello del delitto di Cogne. Programmi che, per motivi di audience, vengono dati in pasto al pubblico in maniera distorta, morbosa, finendo col creare, da un lato dei veri e propri divi dall’altro pericolosi tentativi di emulazione. Questa è la testimonianza di un’epoca fatta di valori un po’ distorti, in cui si privilegia l’apparire piuttosto che l’essere. La televisione diventa un grande frullatore dove i diversi ruoli sembrano quasi interscambiabili: eroi negativi o positivi nobilitati dalla televisione».
Com’è nata la scelta del titolo?
«Nell’immaginario collettivo, la figura del serial killer è il capro espiatorio. Il mostro che tutti cercano è la proiezione dei nostri istinti peggiori, quella parte di noi che preferiamo nascondere. È preferibile vedere il male altrove, mentre spesso è dentro di noi. Il mostro non esiste è semplicemente la nostra cattiva coscienza. Questo è un po’ il senso del film».
E la sua coscienza?
«Come quella di tutti. Ognuno di noi, metaforicamente, ogni giorno passa sul cadavere di qualcuno. Anch’io ho le mie colpe, le mie debolezze le cose di cui rammaricarmi, non mi ritengo un santo. A conti fatti fra i torti subiti e quelli fatti sono in credito. Ciò non toglie che anch’io mi ritengo un potenziale assassino».
Il suo film precedente, «Bugie rosse», ha fatto scandalo. Fin dove può spingersi un film?
«Deve osare, andare oltre il più possibile. Il cinema dovrebbe raccontare storie più forti di quelle che quotidianamente ci vengono proposte in televisione, dove tutto è omologato».
In questo film si è circondato di belle donne. Che idea ha della bellezza femminile?
«Esiste la bellezza in sé. Non è un aspetto puramente estetico, è qualcosa che nasce dall’interiorità e può rilevarsi anche in un volto non perfetto. È una sorta di magia, una luce negli occhi che si ha oppure no».
Come preferisce rappresentarla?
«Attraverso figure e storie che abbiano qualcosa di vero da raccontare».
Lei ha compiuto un piccolo miracolo riportando sullo schermo Florinda Bolkan…
«Sono orgoglioso di questo. Fin da ragazzo ero attratto dal suo volto: ha qualcosa di magico, di misterioso ed enigmatico. Conoscendola sono stato ancora di più affascinato, è una donna assolutamente ironica, disponibile e una grande professionista. Lei è stata una diva del cinema (Metti una sera a cena, Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto), ha lavorato con Luchino Visconti e con tanti altri grandi registi, pur conservando un’umiltà e un antidivismo incredibili».
Nel cast del film ci sono anche Eva Robin’s ed Elisabetta Cavallotti, due attrici legate all’immaginario dello scandalo. Dica la verità: le piace provocare?
«Si, sono un provocatore. Le due attrici per motivi diversi fanno scalpore: l’una per la sua “ambiguità”, l’altra per aver partecipato al discusso film hard d’autore (presentato al Festival di Venezia) Guardami. Sono attratto da personaggi controversi, ambigui, sopra le righe. Eva è un personaggio sui generis, mentre ho scoperto che la Cavallotti è un’irreprensibile madre di famiglia, assolutamente poco scandalosa».
Cosa la scandalizza?
«La stupidità, credo che sia una delle cose più pericolose che esistono al mondo, ma anche la falsità, soprattutto se si appoggia a stereotipi e luoghi comuni».


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