Dalla rassegna stampa

Oscar, Polanski e Chicago vincitori della notte delle stelle

…non sembra quasi essersi accorta di “Lontano dal paradiso” di Todd Haynes, uno dei film americani più intelligenti e toccanti dell’anno…

Non sarà una grande originalità fare lo spoglio della premiazione di quest’anno stilandola come un bollettino di guerra (del resto, il “New York Times”, ha paragonato le conferenze stampa di Bush a quelle grottesche e manipolatrici tenute da Richard Gere in “Chicago”), ma è anche un modo non ipocrita di leggere una manifestazione che si è aperta con una carica della polizia contro un gruppo di pacifisti che manifestava di fronte al Kodak Theatre.

La guerra, anzi, le guerre, che erano in gioco, erano diverse. E possono essere inventariate intorno ad un ristretto nugolo di domande: il cinema stile “broadway” di Chicago o quello della nouvelle vague americana di Spike Jonze e Todd Haynes? L’ olocausto in versione rilegata di Polanski (Il pianista) o l’inferno scandaloso dell’amore di Almodovar (Parla con lei)? Il cantico epico degli effetti speciali (Le due torri) o la riduzione letteraria che adatta per il grande schermo un eccellente libro come The Hours con la stessa finezza di un’antologia del Reader’s Digest?

In realtà, nel mondo dello spettacolo americano, l’unica vera domanda alla quale questi oscar dovevano rispondere sembrava essere: riuscirà la Miramax, l’unica ‘nuova’ majors nata e consolidatasi negli ultimi anni, a coronare l’ambizione cumulativa di 40 nominations (sostenute da Chicago, Gangs of New York e The Hours) – un’ambizione che nessuna casa di produzione americana aveva mai proiettato negli oscar dagli anni ’40, quando una casa come la United Artist arrivò a gareggiare nella serata finale con 45 nominations?

Cominciamo dall’ultima. Svantaggiata anche da polemiche di dubbia qualità che avrebbero visto la Miramax esercitare una pressione ai limiti del regolamento sui votanti, la ditta dei fratelli Weinstein, ha centrato il risultato principale (l’oscar come miglior film a Chicago), ma ne è uscita ridimensionata rispetto alle aspettative e soprattutto umiliata con il suo rappresentante artistico più rilevante: Martin Scorsese, che puntava più di qualsiasi altro ad una statuetta che è l’unica esteriore certificazione che manca al suo status di maggiore autore americano. Come lo stupendo macellaio di Daniel Day Lewis, esce di scena da questa cerimonia quasi umiliato. Gangs of New York non è stato mai nominato da nessun annunciatore durante la cerimonia, neanche per i premi minori.

Alle altre guerre invece, Hollywood ha dato una risposta sommaria, un po’ svogliata e un po’ stressata dalla guerra, in una cerimonia che passerà agli annali per essere capitata in uno dei periodi più sfigati della sua storia. Il cinema di musical o libri filmati di Chicago e The Hours ha portato alla ribalta due modesti direttori del traffico davanti alla macchina da presa e soprattutto veterani del teatro, come Stephen Daldry e Rob Marshall, il cui sogno, più che Hollywood, è quello di annullarsi nella giostra di canti, costumi e suoni dei mega musical di New York, ed ha lasciato nell’ombra la geniale sperimentazione narrativa del Ladro di orchidee di Spike Jonze (si può raccontare un libro in un film senza presuppore che questo contenga un segreto che l’autore non rivela esplicitamente e che toca al grande schermo investigare?) e sopratto non sembra quasi essersi accorta di Lontano dal paradiso di Todd Haynes, uno dei film americani più intelligenti e toccanti dell’anno. Una grande attrice come Nicole Kidman ha ottenuto l’oscar al quale stava lavorando probabilmente dall’età di 8 anni, con la sua interpretazione più rigida, solenne e – sembra essere l’agettivo ricorrente per questa hollywood – più teatrale. Benchè ridimensionato rispetto alla vigilia, The Hours finirà per siglare i successi di questa stagione, non meno di Chicago che invece ha portato a casa 6 oscar sui 13 ai quali era candidato. Polanski, che ha avuto il coraggio finalmente di raccontare l’esperienza biografica che l’ha segnato sin dalle origini – ma dalla cui reticenza e repressione erano venuti fuori film assai più inquietanti e sconvolgenti del Pianista, da Rosemary’s Baby a Chinatown – ha vinto contro Almodovar, l’autore europeo più raffinato che in Parla con lei ha raccontato la storia più scandalosa nel genere più popolare (il melodramma). L’esperimento di epica, arte digitale e genere di largo consumo più innovativo e interessante degli ultimi anni (la saga cinematografica tratta dal “Signore degli anelli” ) è stato quasi ignorato anche quest’anno, ma neanche Hollywood è riuscita a non premiare Michael Moore, che all’amministraziuone americana e alla sua vocazione guerrafondaia gleila aveva già cantate ad alta voce con il suo documentario, terribilmente divertnte, A bowling for columbine.

Insomma la teatralità dello spettacolo e la letteratura (Chicago, The Hours, Il pianista) contro il melodramma popolare (Haynes, Almodovar) o l’epica in digitale (Le due torri), per reinventare e capire il mondo con il cinema: eppure Tolkien parla più in profondità della nostra realtà ormai devastata e compromessa dalla vocazione alla battaglia infinita dei signori della guerra del pianeta, di quanto riesca a farlo la tempesta di news e immagini digitali affascinanti come i video della vecchia zia ed eccitanti quanto un estratto conto, che tutte le televisioni, di qualsiasi lingua e religione, recapitano ad ogni minuto dall’Irak direttamente nelle nostre case e nei nostri occhi.

Ecco i vincitori dell’Oscar

Miglior Film: Chicago
Miglior Film straniero: Nowhere in Africa
Miglior attore protagonista: Adrien Brody
Miglior attrice protagonista: Nicole Kidman
Miglior attrice non protagonista: Catherine Zeta-Jones
Miglior attore non protagonista: Chris Cooper
Miglior regia: Roman Polanski per ‘Il pianista’
Miglior Colonna Sonora: Elliot Goldenthal per ‘Frida’
Miglior Fotografia: Era mio padre
Miglior Montaggio: Chicago
Miglior costume: Chicago
Miglior canzone originale: Eminem per 8 Mile
Migliore Scenografia: Chicago
Migliori Effetti Speciali: Le due torri
Miglior documentario: Bowling a Columbine
Miglior documentario breve: Twin Towers
Miglior film animato: Spirited Away
Miglior Sonoro: Chicago
Miglior montaggio effetti sonori: Le due torri
Miglior sceneggiatura originale: Pedro Almodovar per Parla con lei
Miglior sceneggiatura non originale: Il pianista

(da kataweb)


Condividi

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.