Dalla rassegna stampa Cinema

PARTNERS

Dal libro-catalogo “In punta di cuore – Il cinema di Ottavio Mai”, l’intervento di Cosimo Santoro sul film “Partners”

“…il mondo sono io,
Nella mia solitudine.
O forse mi trovo dietro i confini dell’umanità?
Domanda inutile a cui fa eco
questo correre continuo della cascata
nella notte.” (1)

Ottavio Mai e Giovanni Minerba sono i fondatori del cinema omosessuale italiano. Non solo il Festival con Tematiche Omosessuali “da Sodoma ad Hollywood”, giunto alla diciassettesima edizione, ormai uno degli appuntamenti più importanti nel panorama cinematografico internazionale, sia per la crescente qualità delle opere in concorso che per il valore delle retrospettive, ma anche una intensa attività artistica: scritti, opere di fiction, documentari e produzioni (tra cui Viaggio a Sodoma di Tonino de Bernardi) dell’associazione da loro creata nel 1981: L’Altra Comunicazione.
Ciò che maggiormente colpisce delle numerose realizzazioni di Ottavio Mai e Giovanni Minerba è la semplicità del registro narrativo, la voluta antispettacolarità di una messa in scena che, dati i temi e le loro problematiche, avrebbe potuto essere corrotta dalle esigenze di un mercato che raramente rappresenta la quotidianità del mondo omosessuale, preferendo scelte più legate a contesti di scandalo e trasgressione (l’intero fenomeno della Movida, che ha avuto, in peggio, le sue ripercussioni anche in Italia) o all’hard. Niente di tutto questo nelle storie raccontate – scritte e filmate – dai due autori. Storie ordinarie, quasi didascaliche, in cui la coppia parla di se stessa parlando di altri: problemi di identità, rapporti interpersonali, legami difficili con la società, ma soprattutto un’esigenza di autoaffermazione della propria con dizione esistenziale, detta e rivendicata anche con ironia e leggerezza (come nel caso dell’intervista a Giò Stajano, ne Il “fico” del regime, 1991). Alla base di ognuna di queste operazioni cinematografiche c’è da una parte l’inesauribile creatività di Mai, con la sua necessità di una scrittura letteraria e cinematografica chiara, dall’altra l’abilità di Minerba come co-sceneggiatore, quando non di coautore o di autore unico, a rafforzare, o a guidare, a seconda dei casi, la nascita e lo sviluppo dei loro progetti artistici e di vita.
Storie trasparenti, di una linearità sconcertante, in cui la cura della forma si perde di fronte ad esigenze più importanti: quelle di chi ha un’idea precisa del mondo e si mette a nudo per comunicarla nel modo più vero possibile. La forza (e la militanza) di questo cinema sta nella rappresentazione del tema della diversità sessuale; lo scopo di questo cinema è quello dell’affermazione della realtà omosessuale e dei suoi aspetti. Vero e proprio cinema ideologico, l’opera di Minerba e Mai lascia che la determinazione di quell’idea e di quel mondo prorompa dalla semplicità del testo.
È il caso di Partners (1990), in cui il protagonista si trova a con-vivere con il virus dell’HIV. Partners è un film su un ragazzo, Piero, che scopre di essere sieropositivo, fiction drammatica risolta in modi antispettacolari. “Ci è sembrato interessante, pur nella sua parzialità, questa storia di speranza, basata su un’esperienza reale. Per infrangere l’alone di morte annunciata, che ci avvolge, da quando la scoperta del virus ci ha indotti ad assumerla come seconda compagna della nostra esistenza.” (2)
Il punto di partenza è l’incontro di due uomini tra i mille problemi della sieropositività di uno dei due; quello di arrivo la nascita di un amore che diventa solido giorno dopo giorno e che trova il suo equilibrio tra le regole, le esigenze e i tempi della malattia, sfidando le convenzioni e stabilendo, sotto gli occhi di tutti, un nuovo e necessario modo di vivere il rapporto di coppia. Sono proprio la trasparenza e la visibilità i punti di forza del film: raccontarsi, parlare di se stessi, rendendo trasparente e visibile la condizione esistenziale di tante persone; parlare pubblicamente dell’AIDS portando alla luce un problema di tanti, ma taciuto da molti. Il processo di con-vivenza con il proprio male (quello della consapevolezza è già presente) di uno dei due protagonisti acquista spessore col tempo. Inizia nel buio degli incontri fortuiti, già accennati da Mai in un suo racconto (3), in cui le discussioni sulla malattia con i mancati partners si fanno momento necessario per un passaggio di informazioni da una parte e per un’indagine sui sentimenti, le reazioni e le paure di fronte ad essa dall’altra. Cresce e si completa nella costruzione di un legame con un’altra persona, legame ripetutamente costretto a ridefinirsi nei confronti del quotidiano, ma che alla fine riesce a superare tutti gli ostacoli (anche quello che sembrava imbattibile) per affermarsi in modo definitivo.
Il quotidiano è la scena di questa coppia. Sono scelti i momenti più importanti del rapporto, a cui si aggiungono altri, paralleli, ma allo stesso modo fondamentali, nella conduzione del racconto. Il tempo è suddiviso dalle didascalie con gli anni introdotte da dissolvenze in nero. Da una parte ci sono le tappe che portano alla relazione tra Piero ed il suo amico, sin dal primo incontro avvenuto al parco, passando attraverso le prime difficoltà di confronto per arrivare alla definitiva vittoria dell’amore.
Qui Mai e Minerba ripercorrono, in parte autobiograficamente, i momenti della vita di coppia legati all’ultimo periodo della loro relazione, di cui descrivono con linearità assoluta le emozioni, le paure, ma soprattutto la forza e dimostrano ancora una volta che la scelta del cinema da parte loro è scelta di ridefinizione costante del proprio vissuto e del proprio amore, oltre che di se stessi come individui. Dall’altra c’è tutto il mondo di Piero: gli amici, la madre, i medici e gli operatori legati alla sua malattia, l’associazione, i momenti di solitudine e Dio. Piero vive in un mondo che non da sufficienti informazioni di prevenzione. Si sente crollare di fronte alla scoperta del virus perché non lo conosce. La sua fortuna è quella di avere un medico che lo tranquillizza sin da subito dandogli, in modo obiettivo ma non allarmante, tutte le informazioni necessarie; inoltre un centro di medicina naturale e le molte letture sull’argomento lo aiutano ad imparare ad accettare l’intruso (nel video vediamo come si cura). Non gli manca poi il calore degli amici, sempre pronti a ridere e scherzare e a dialogare sul suo problema, e nemmeno l’affetto della madre. Piero vive quella che dovrebbe essere una condizione di tranquillità del malato, ossia il necessario punto di partenza per permettergli di affrontare il proprio male in modo sereno.
Il modo in cui Piero impara a vivere questo suo nuovo stato si fa così esemplare, non solo per chi vive nella sua stessa condizione, ma per tutti. Il discorso da personale diventa sociale: una voce off parla dell’AIDS alla città, con una panoramica dall’alto e inquadrature sui tetti e sulla gente comune; le letture sull’argomento diventano informazioni preziose, come lo sono quelle date nel centro di medicina naturale (si insiste sulla malattia come alterazione dell’equilibrio biologico). Piero apprende e a sua volta insegna che bisogna rivolgersi al virus come ad un caro amico: dedica più tempo a se stesso passeggiando, scrivendo, incontrando i suoi amici. Il suo diventa un dialogo diretto con lo spettatore, in cui mostra e spiega i metodi di cura del corpo, che è trattato con molto attenzione in tutte le loro opere. La diffusione generale del virus, in epoca ancora di confusione e pregiudizi, viene spiegata dal volontario dell’associazione a cui si rivolge: e cioè che il virus non attacca solo gli omosessuali, ma chiunque; inoltre brevi spezzoni di un documentario ci informano sui numeri della malattia La necessaria prevenzione viene invece sottolineata dalle parole di un’amica comune della coppia che ritiene indispensabile che tutti si sottopongano al test. Piero impara a curarsi, e a curare anche la sua anima (la stessa anima complessa di Francisca di Manoel de Oliveira, di cui vediamo alcune scene), aiutato dal suo compagno che, vinte le paure iniziali, decide di stargli accanto e di condividere con lui i momenti più difficili, come quello della scoperta da parte di Piero dell’evoluzione della malattia, che chiude il film.
La dimensione privata e autobiografica dei due autori, se qui è alternata a momenti in cui la rappresentazione di una grande problematica della comunità gay (e ormai non solo) si fa documento di visibilità per l’opinione pubblica e anche per quella stessa comunità, diventa assoluta in Messaggio (1983). Mai e Minerba sono i protagonisti di questo corto realizzato in video sul momento di crisi di una coppia e, per di più, sono se stessi. Una video- lettera è il mezzo scelto per decretare la fine del rapporto, una fine che sul momento sembra necessaria, dovuta ad un episodio apparentemente casuale, ma che è in realtà un pretesto per dire basta ad una situazione che non riesce più ad evolversi. La video-lettera serve anche a ripercorrere i momenti di questa relazione. Anche in questo caso, come in Partners, la scelta ricade sulla quotidianità e ancora una volta il registro del racconto è piano e lineare. Il primo incontro, i primi momenti passati insieme, la scoperta delle cose in comune, le prime incertezze, fino ad un litigio violento che costituisce l’antecedente dell’abbandono. “Poi, col tempo, tutto riaffiora inesorabilmente in superficie. Si riscopre con stupore la propria individualità, che sembrava stemperata per mezzo dell’amore, raggiungendo implacabilmente il bivio della trasmutazione.”(4) È la riscoperta di se stessi a costituire la difficoltà della relazione e a portare dubbi sul proprio futuro. Dubbi che possono passare anche in breve momento, se l’amore riesce a superare gli ostacoli dell’accettazione di se stesso e dell’altro. Alla fine (in un’illusione di finale forse) questo avviene e la coppia si ritrova, si riabbraccia e finisce, metacinematograficamente, nello stesso schermo da cui Ottavio comunicava il suo addio.
Ancora una coppia troviamo in Orfeo, il giorno prima…(1994), cortometraggio realizzato da Minerba dopo la scomparsa di Mai (a cui è dedicato).
Anche qui la narrazione è lineare e diretta e mette in scena subito i due protagonisti. In una stanza, di notte, due amanti parlano della vita. Alla rassegnazione dell’uno si oppone la speranza dell’altro. Lo scontro è anche scontro per tenere in vita il rapporto di coppia sotto la minaccia della morte, onnipresente in ogni parola e inquadratura. L’amore è vissuto come forza contro la morte che tiene uniti due corpi, ma soprattutto due anime e che non può non vincere alla fine. Scriveva Mai: “E dopo di te il nulla, amore. Felice simbiosi la nostra che ci permette di coesistere sfidando il tempo che incalza e tutto disintegra. Meno che noi. Che sommati l’uno all’altro in un imprevisto gioco ad incastro lo beffiamo in incognito. Sottile speranza di sopravvivenza che pure esiste.” (5)

——————————
1 Ottavio Mai, Niente ho visto, in Poesie. Vedrò la mia vita, a cura di Giovanni Minerba, Torino, L’altra comunicazione, 1997, p. 5
2 Ottavio Mai e Giovanni Minerba, in Il cinema di Ottavio Mai, In punta di cuore, a cura di Gaetano Capizzi, Torino, Pervisione, 1993, p. 55
3 Ottavio Mai, L’involucro, in Racconti di strada, a cura di Giovanni Minerba, Torino, Edizioni Emotion/L’Altra Comunicazione,
1995, p. 34
4 Ottavio Mai e Giovanni Minerba, Il cinema di Ottavio Mai. In punta di cuore, op. cit., p. 36
5 Ottavio Mai, Simbiosi, in Poesie. Vedrò la mia vita, op. cit., p. 15

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.