Dalla rassegna stampa Cinema

Parla con lei

…Dopo una serie di drammi, i superstiti del quartetto s’incontrano a teatro: tra loro, si stabilisce come un arcano flusso d’amore…

Ormai, nei manifesti, si chiama semplicemente Almodóvar, senza bisogno del primo nome. Tutti lo conoscono. Il suo cinema è una certezza, uno dei pochi che sappiano ancora mettere in scena l’amore e anche i grandi dolori della vita; ma sempre violentandoti con la tenerezza e strappandoti, di passaggio, più d’un sorriso. La struttura narrativa di Parla con lei, che fa centro in un “ospedale dei destini incrociati”, è sapiente: configura una sorta di eterno ritorno indicato da tre didascalie esplicative, che abbinano in tre diverse combinazioni i nomi dei personaggi principali. Lydia e Marco. Lasciati dai rispettivi partner, una matadora e uno scrittore s’innamorano; mentre si esibisce nell’arena la torera viene incornata ed è ricoverata, in coma. Alicia e Benigno. Un infermiere dello stesso ospedale assiste Alicia, la giovane ballerina di cui è perdutamente innamorato, anche lei in stato comatoso per un incidente. Durante le veglie lo scrittore e l’infermiere diventano amici. Alicia e Marco. Dopo una serie di drammi, i superstiti del quartetto s’incontrano a teatro: tra loro, si stabilisce come un arcano flusso d’amore. All’interno dei tre capitoli, la storia si muove avanti e indietro nel tempo, rivelandoci tratti della vita dei personaggi mediante flashback di sobria economia narrativa. Se i temi sono dolenti o scabrosi (la maternità della ragazza in coma), si sente che Almodóvar è diventato buono. Diversamente dai suoi primi film, quello che mette in rappresentazione è un mondo sostanzialmente benevolo, senza veri cattivi, con infermieri dediti al malato e carceri-modello che ospitano non galeotti, ma “internati”. Il male è – per così dire – ontologico, perché la malattia, la morte, la solitudine appartengono alla vita umana e gli unici antidoti possibili sono l’amore, la solidarietà, l’amicizia. In questo senso, Parla con lei è l’ideale prosecuzione di “Tutto su mia madre”, come del resto sottolinea un artificio scenico: l’altro film finiva con un sipario, questo inizia dallo stesso sipario. Impregnato di sincera fede nell’amore, il regista non dimentica come si dirigono gli attori; sembra quasi contagiarli, traendo da un cast di volti semisconosciuti un potere di convinzione che molte star nemmeno si sognano.

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