Dalla rassegna stampa Cinema

Lan Yu

…Kwan sceglie la storia di un amore omosessuale totale che si dirige e diversifica in più scatti e più versioni…

Lan Yu
Έρος καί θάνατος

La rivoluzione operata negli anni ottanta dal cinema di Hong Kong sugli stilemi del cinema commerciale non si è prodotta soltanto nel trans-genere action, di cui vediamo copie più o meno autorizzate nei prodotti hollywoodiani e non, ma sull’intera tavolozza dei generi: è infatti all’interno del recinto del melodramma che agisce Stanley Kwan, maestro riconosciuto ormai anche fuori dai confini del suo paese dopo aver ricevuto vari premi a rassegne cinematografiche internazionali.
Se, però, la maniera hongkonghese di filmare l’azione è stata velocemente, più spesso per motivi biecamente economici che per una reale evoluzione cinematografica (vd destino americano di John Woo e dei suoi epigoni), tradotta in poco tempo da sguardi stranieri, l’arte di Kwan è rimasta pressoché misconosciuta (in Italia si ricorda solo una personale dedicatagli dalla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro nel 2000), tanto che ancora oggi gran parte degli addetti ai lavori occidentali (complice ancora una volta una distribuzione provinciale) stenta a ricordarne i film o addirittura il nome.
Eppure Lan Yu può essere solo da lontano considerato un film ‘etnico’, specifico di un mappa culturale diversa da quella ‘normativa’ occidentale; piuttosto esso appare un lavoro diretto verso ciò che vi è di più prossimo al concetto di universalità visto dal cinema: non a caso, infatti, Kwan sceglie la storia di un amore omosessuale totale che si dirige e diversifica in più scatti e più versioni, soltanto parzialmente collegandola agli avvenimenti esterni che procedono paralleli e che la influenzano inevitabilmente, senza però ‘riuscire’ mai ad entrare direttamente all’interno del quadro. In questo senso assai teorico sul concetto di amore, il nuovo film del regista hongkonghese non manca d’altra parte di registrare la vita cinese degli ultimi 15 anni che scorre sotterranea ai rapporti dei due amanti, invisibile ai loro occhi così come senza alcuna importanza per noi spettatori, semplice informazione orientante del paesaggio entro cui agiscono e amano.
Il centro del discorso si situa, infatti, proprio dentro il rapporto fisico, in quel contatto muscolare che si produce tra i due uomini e che impedisce a entrambi di dimenticare, di poter rinunciare allo stato di pienezza che raggiungono: in questo senso, con una sobrietà e una leggerezza da manuale, perfetto al millimetro tanto nel suo decoupage quanto nella scansione della sceneggiatura, il film rinuncia a diventare un affresco storico per dimostrare non solo l’inutilità, ma piuttosto anche l’illegittimità della presenza della Storia tra i due ‘amantes’. In qualche modo privi di spazio e di interstizi nella loro congruente unione, perfettamente combacianti anche quando l’uno tenta di staccarsi dall’altro, sono gli stessi protagonisti della pellicola a condannarci ad una visione moncamente assoluta della realtà, ben dispiegata dal disperato finale ad alta velocità, dove si preferisce perdere il senso delle cose piuttosto che riflettere sull’assenza di ciò che aveva fatto vivere fino a quel momento.
Delusi quanti cercheranno in Lan Yu un utile viatico per una precisa scoperta dei conosciutissimi misfatti del governo cinese degli ultimi vent’anni, saranno accontentati coloro che desiderano ammirare un cinema pensante, sincero e coraggioso anche nei suoi (rari) errori, avanti di molti anni nella definizione della velocità del nostro universo; temiamo fortemente (causa maleodoranti abitudini della distribuzione del bel paese) che ancora una volta saranno in pochi in Italia a guardare un film di mastro-Kwan: evidentemente la grande maggioranza della popolazione della penisola è ancora troppo indietro per comprendere ciò che le gira intorno, senza sosta.

da Cinemavvenire.it

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