Dalla rassegna stampa Cinema

Bagdad Cafè

…un film che parla senza piagnucolare della condizione delle donne ricordando che ogni donna ha in sé la forza di ribellarsi e rompere le vecchie catene senza per questo condannarsi alla solitudine o alla debolezza, anzi, tutt’altro…

Nella surreale atmosfera di una non meglio precisata località, prossima a Las Vegas e sperduta nel deserto tra l’Arizona ed il Nevada, precipita, quasi in sordina, il destino di una paffuta donna bavarese dall’aspetto pittoresco e rigido.

A seguito di una lite con il marito Jasmin Munchstettner, turista tedesca, munita di disarmante forza d’animo, si trascina serenamente lungo gli anonimi orizzonti del deserto accompagnata unicamente dalla sua pesante valigia (che poi si scoprirà essere quella del marito, erroneamente confusa con la propria).

Il percorso è lungo e faticoso ma non abbastanza da distogliere Jasmin dal suo intento di fuga solitaria; la donna non si lascerà sgomentare neppure da una strana visione che la sorprenderà nell’arco del tragitto e che sotto varie forme le si ripresenterà in questa sua singolare avventura assumendo così, probabilmente, il senso di una sorta di segno profetico, specie di doppia “stella cometa” che la conduce nel luogo pronto ad attenderla.

Proprio qui, nel frattempo, il destino di un’altra donna si prepara a grandi cambiamenti: la nevrotica Brenda, padrona del Bagdad Cafè, scalcinato locale privo di birra e caffè, e dell’altrettanto squallido Motel, si trova costretta a cacciare di casa il pigro e bonario marito (che per il resto del film svolgerà il ruolo di osservatore e commentatore esterno).

Donna dal carattere deciso ed incline a facili sfuriate, Brenda deve occuparsi di un marito buono ma infantile, di due figli ed un nipote neonato ed anche dell’attività: il Bagdad Cafè appunto, scenario dell’incontro tra le due donne, nonché dell’intero svolgimento della vicenda.

Più precisamente si dovrebbe parlare di un incontro/scontro tra donne diverse e tra modi di vivere ben distanti tra loro. Le ostilità vengono aperte dalla sospettosa Brenda, ma trovano in Jasmin una nemica assai poco bellicosa, subito pronta, anzi, a dare il meglio di sé per essere ben accetta in questo strano universo che è il Bagdad Cafè , crocevia e punto di incontro di camionisti e singolari figure indubbiamente surreali, ciascuna nel proprio naturale modo di essere: il saggio indiano, pittore ed ex scenografo cinematografico (Jack Palance); la figlia ribelle ma buona; il figlio perso dietro le note di un pianoforte; una silenziosa prostituta; un giovane campeggiatore di passaggio…

Con la più totale naturalezza Jasmin, entrando in questo piccolo mondo dominato quotidianamente dal caos,introduce il proprio teutonico ed istintivo senso dell’ordine (innescando inizialmente le ire della confusionaria Brenda); a sua volta tuttavia assorbe linfa vitale dalle visionarie figure di cui si circonda e le ricambia trasformando il Bagdad Cafè in un luogo pieno di luce, vita, solarità e tanta, tanta “magia”.

I dissapori interpersonali sembrano sopirsi, le solitudini vengono scacciate dalla voglia di stare insieme, le distanze tra chiunque entri nel locale appaiono azzerate e l’amicizia tra le due donne è ormai tacitamente consolidata: neppure il classico, e tutto U.S.A., problema della green card terrà per molto Jasmin lontana da Brenda e dai suoi nuovi amici nonché da una probabile nascente storia d’amore nella trattazione della quale il regista decide, giustamente, di non addentrarsi evitando così possibili banalizzazioni.

La narrazione è solo apparentemente lenta (certo non è un film per amanti del cinema d’azione!); eventi eclatanti non se ne vedono eppure un concatenarsi di piccoli e quotidiani gesti decide grandi cambiamenti nelle vite di un gruppetto di singolari individui: il segreto del film è nello “stare” e non nel viaggiare, sebbene l’incipit e l’ambientazione (il viaggio ed il deserto) potrebbero offrirsi come facile rimando al genere “road movie” di cui Bagdad Cafè è l’esatto opposto.

Jasmin interrompe caparbiamente il suo viaggio per “fermarsi” e trovare “stabilità” in un mondo profondamente differente dal suo (da notare che il titolo originale è Out of Rosenheim, città di provenienza di Jasmin).

E’ un film che mostra delle solitudini scomparire silenziosamente di fronte alla naturale solidarietà umana; un film che, senza nascosti né melensi moralismi, premia la disponibilità allo scambio interculturale; un film che parla senza piagnucolare della condizione delle donne ricordando che ogni donna ha in sé la forza di ribellarsi e rompere le vecchie catene senza per questo condannarsi alla solitudine o alla debolezza, anzi, tutt’altro.

La visionarietà che la sapiente e misurata mano registica ha voluto assegnare al film ha trovato valido sostegno nella componente fotografica: tagli obliqui delle inquadrature iniziali; espressivo uso dei colori e delle luci tanto negli interni quanto negli esterni; altrettanto espressivo uso dei filtri colorati per intere scene hanno reso al film quel sapore di artificialità sufficiente a ricordare da una parte la costante presenza dell ‘occhio del regista, dall’altra la dimensione onirico-fiabesca del racconto. Ricordiamo infatti che sottotitolo dell’opera è Un film favola e che i nomi Bagdad e Jasmin richiamano volutamente alla memoria le avventure de Le mille e una notte.

Solidali alle intenzioni della regia e della fotografia sono anche le scelte di montaggio impegnate di tanto in tanto in flashback e in parentesi di pura ed ironica visionarietà.

Simpatiche le sottolineature musicali che sembrano qua e là ricordare le suggestioni delle commedie cinematografiche americane anni ’30. Di sicuro effetto il brano simbolo del film Calling you dalla voce di Javetta Steele.

Perfetta la recitazione delle tre figure principali: fluida al punto giusto la metamorfosi vissuta da Jasmin (Marianne Sägebrecht) da icona teutonica (sembra quasi la rappresentazione delle occidentali donne anni ’50 delle pubblicità in latta) a sempre più bella e rilassata donna moderna moderatamente “americana”; splendidamente nevrotica CCH Pounder in Brenda (si veda la scena nel piazzale con le sue irregolarissime e schizofreniche entrate ed uscite dal campo); misurato e dolce Jack Palance nelle vesti di un inaspettatamente romantico indiano vagamente cowboy.

Evidente è l’assonanza delle scelte fotografiche e paesaggistiche di Bagdad Cafè con quelle di uno dei capolavori di un altro celebre regista tedesco, Wim Wenders, in Paris Texas: Percy Adlon infatti accetta la sfida di proporre, dopo Herzog e Wenders, uno sguardo tutto tedesco sulla realtà americana.

da http://www.mescalina.it/cinema/recensioni/recensioni-cinema.php?id=56

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