Dalla rassegna stampa Cinema

VITA, POMPE E MIRACOLI DI GIO’ STAJANO, PRIMO TRANSESSUALE D’ITALIA

…Maria Gioacchina Stajano Starace contessa Briganti di Panico in arte Giò Stajano…

Quando se ne va via con la sua Cinquecento (“la sto comprando a rate, percepisco i soldi della pensione sociale”, dice), sta ancora armeggiando con manovre rigide e stantuffate. Fa tutti i preliminari del vroom. Giò Stajano che è grande grande, si accoccola nell’abitacolo, agguanta il volante e gigioneggia dal finestrino con navigata civetteria. Sorride infine e dice: “E’ proprio vero (vroom), donna al volante, pericolo costante”. Finalmente il musetto dell’automobilina (nuovo modello) riesce a posizionarsi lungo lo stradone che da Gallipoli porta a Sannicola e va via, se ne va, e così la macchinetta che ha sostituito “una gloriosa Citroen 2cv rottamata in un cimitero salentino per impossibilità di catalizzazione”, si porta via una signora di settanta primavere che nell’immaginario dell’Italia è stata il sorriso di un’epoca tanto preziosa quanto debosciata. Vroom dunque.

Lei è Maria Gioacchina Stajano Starace contessa Briganti di Panico in arte Giò Stajano. Lei è una donna di paese per come deve essere una donna di paese: di casa e di chiesa. “Ha fatto pure voto di castità, anche se “di notte faccio ancora sogni erotici che mi fanno svegliare nello spavento di aver fatto peccato”. Quando sogna è ancora un uomo, quando si sveglia è una donna che – dopo la lunga avventura del piacere e del vizio – è arrivata alla preghiera, consacrata all’amore infinito del Sacro Cuore: “Ma non per come pensano certuni solo perché sono vecchia, mi ribello all’idea di dare a Dio un rifiuto degli uomini, io non sono un rifiuto degli uomini”.
Lei che aveva scritto un libro dal titolo “Meglio un uomo oggi”(con il sottotitolo ideale conseguente di “…che una gallina domani”), non è mai stata rifiutata dagli uomini. Non è stata certamente rifiutata da Dio. Ospitata in convento a Vische, “anatomicamente donna”, non è stata accolta tra le novizie delle suore di Betania esclusivamente per motivi di età. Allora aveva sessantacinque anni ed era successo qualcosa: “C’era ancora l’ambizione – ha raccontato in uno sfogo d’urgente pietà – che correva nascosta, apparentemente addormentata nel cantuccio più sotterraneo della mia vulnerabile, contraddittoria e defettibile condizione umana. L’ambizione d’essere la prima transessuale a presentarsi al mondo non soltanto in abito da sposa (cosa già fatta da altre, a cominciare dalla francese Coccinelle negli anni ’50) ma addirittura nel più ambito ed onorato degli abiti da sposa: quello di sposa del Signore”.

Successe invece, qualcosa di più: “Sono stata rapita dal Signore, mi negò giustamente d’apparire in pubblico con la dignità della veste concedendomi nella sua infinita misericordia di rimanere Sua sposa nella sincera sostanza del mio cuore anche se non nell’apparenza di un abito che il suo perfetto giudizio ha giudicato non essermi consentito”. La signora delle settanta primavere è ancora una volta un’altra persona. “Ma non sono più io”, dice, “dentro di me c’è la storia di un’altra vita che mi sono lasciata alle spalle”. Certo, ha le sue ovvie stravaganze di donna che ha avuto uso di mondo, soffre per esempio di non potere entrare da sola in un bar o in un locale perché Gallipoli e Sannicola (i suoi due paesi) sono ancora due centri della ruralità.
Paradossalmente era più libero da un uomo omosessuale che da donna eterosessuale quale adesso è. “Non è opportuno andare in giro da sola”. La sua prima apparizione da donna al paese, la fece in coincidenza con la processione della Madonna delle Grazie. “Non avevo altro che occhi addosso, nessuno guardava la processione”. La signora delle settanta primavere si adagia serena nel suo autunno che tutto sommato è lieto. Dipinge (“grazie al mio Angelo custode che mi guida”), quadri veramente belli: frutta, scogli e lumachine. Sono squarci di barocco che neppure Renato Guttuso avrebbe saputo inventare. Lei è Maria Gioacchina Stajano Starace contessa Briganti di Panico in arte Giò Stajano. Bionda, alta, 43 di piede, occhi d’acqua, orecchini, anello al dito di una mano possente e collanina con la Madonna. Ha una borsa Yves Saint Laurent. In quello stradone dove un tempo c’erano le vigne e gli oleandri delle proprietà di famiglia (gli “Starace”), se ne ritorna profumatissima ed elegante, facendo quello stesso percorso che da bambino ritagliava a piedi andando verso il mare della Montagna Spaccata.

(Alberto Moravia)

Porta occhiali a cerchi enormi appoggiati ad un ex naso borbonico diventato grazie al bisturi, un “nasino francese”. Ha un lifting perfetto. Si ricorda di quella volta quando Alberto Moravia le perlustrò ogni angolo della faccia per ammirarne il prodigio chirurgico: “Gli unici lifting che ho visto in un uomo – le disse il Pincherle – sono il tuo e quello di Truman Capote”. Moravia le diceva sempre: “Pierpaolo mi vuole convincere: ‘non sai cosa ti perdi a non andare con i maschi, non sai cosa ti perdi. Giò, spiegami, ma cosa mi perdo?”. Lei che allora era ancora un uomo gli diceva: “Se devi andare a Milano da Roma e c’è un treno che da Roma va a Milano e lo devi prendere e non lo prendi, ecco che te lo perdi, ma se a Milano ci arrivi con l’aereo, quel treno non lo hai perso, prendi tutti gli aerei che vuoi, non ti perderai niente”.
Con Pierpaolo Pasolini poi aveva una controversia di stile sull’arte predatoria: “Quando ero un uomo io non andavo mai con gli omosessuali, cercavo solo maschi e li rassicuravo offrendomi docilmente senza mai aggredirli, senza violenza, senza nulla a pretendere. Certo, non appena sbucava una ragazza mi mollavano. Se ne andavano, e a me non restava altro che fare la Didone abbandonata…”. Giò che adesso è Gioacchina ha la gonna lunga che le s’impiglia, ed è ancora prosperosa di quelle forme (“sono dimagrita di quindici chili”) che furono il torbido racconto di una puntata di Supersex e cioè “L’amplesso che uccide”, una delle storie di Gabriel Pontello, quello che quando acchiappava una donna lanciava il suo urlo di guerra: “Ifix tchen tchen!”. Lei – già operata a Casablanca – interpretava il ruolo di una Contessa depravata, nemica dell’eroe superdotato (38 cm). Catturata, con l’aiuto di un altro fustacchione amico di Pontello, veniva sottoposta a ogni “sorta di punizione corporale”. Sodomizzata, obbligata a “una strafogante fellatio”, implorava dal sipario chiuso del suo caschetto a carrè: “Sì, sì, riempitemi tutta”.

Tutta una vita le s’è riempita dentro. Lei è quel ragazzo che nella Roma di via Veneto, producendo il prototipo per Federico Fellini, fa il bagno nella Barcaccia di piazza di Spagna con Novella Parigini e porta il maglione a girocollo alto dettando il comandamento della Dolce Vita. Questi pullover se li faceva lui stesso sferruzzando a maglia negli androni dei Tribunali aspettando la celebrazione dei processi in cui veniva chiamato a rispondere, imputato di ogni possibile offesa al comune senso del pudore. Lei è il giovin signore che Floraine, una divina modella, si porta in camera per portarselo a letto: “Invece passai la notte a provare tutte le sue vestaglie e lei si arrese: ‘sei più femmina di me’”. Lei è quel bambino piccolo piccolo che il Duce prende in braccio durante una giornata di fasto littorio nel frattempo che suo nonno, Achille Starace, sta buttando il cuore oltre l’ostacolo di un cerchio di fuoco. “Quando Alfredo Rocco sta preparando il suo Codice – ricorda donna Gioacchina – memore dei castighi previsti nella pur civile Inghilterra, va da Benito Mussolini e gli dice: ‘Duce, quali pene dobbiamo prevedere per gli omosessuali?’ Il Duce, quasi meravigliato, gli risponde: ‘ma l’omosessualità non è un problema!’.
Non poteva immaginare che tra tanta maschia gioventù, stavo nascendo io, il nipotino del suo segretario di Partito”. Non si poteva mai immaginare che di quel ragazzo il destino ne avrebbe fatto un paradosso del Costume affidandogli le redini della sovversione edonista. A casa sua, incorniciata al modo dei diplomi di laurea, c’è una menzione d’onore delle Giovani Italiane. Lei – che adesso è una casalinga pensionata aggrappata ai grani del Rosario – è una “giovane italiana”, e il paradosso è tutto in quell’altare issato a conforto delle notti di fronte al letto. C’è il Crocefisso, ci sono le immagini della Vergine, una foto di Padre Pio, le foto dei cari morti. Svettano dolci e timidi, gli occhi del nonno. Il cappello di gerarca lo ripara ancora dallo spavento che lo cancellerà in quella mattina d’aprile del ‘45.

Nessuno poteva immaginare che nel racconto di questo figlio del Sud del Sud dei Santi, la villeggiatura della memoria si frantumasse nell’urbanizzazione del contrappasso. La sera del Salento non decide ancora se darsi o no, l’alito della stagione dolce per fare festa alla malinconia del ciò che fu. La signora delle settanta primavera è entrata dall’ingresso del ristorante di Villa Excelsa reclamando per sé la memoria di ciò che fu. Ovviamente questo posto dove le palme se ne partono per fare carosello in cielo con la luna, non era un ristorante, era una casa: Villa Starace appunto. C’è perfino un autografo cretino lasciato da Massimo D’Alema che ricorda cosa fosse questa casa. E’ appiccicato all’ingresso, accanto a un altro foglietto formale di Rocco Buttiglione e alle recensioni gastronomiche. Il cretino autografetto spiega che quella era “Villa Starace, simbolo degli stupidi e degli ignoranti”, mentre invece ora, mangiando e bevendo, è diventata il simbolo di cose che Umberto Bossi non può neppure capire. D’Alema è di casa in questa casa. Ci viene con tutta la famiglia e una volta il figlioletto fece perfino cambiare canale in Tv davanti al naso di altri ospiti per guardarsi nel megaschermo una partita di calcio. “Avessi fatto una cosa simile io – dice la signora Stajano, nipote – mio nonno mi avrebbe spedito a dormire con i cani”.
Durante la cena la signora è coccolata da Katia, una bellissima ragazza che ha fatto la mannequin e che adesso lavora ai tavoli. Si fanno reciproci complimenti. “Sei bella”, “Stai bene”. La signora, che metafisicamente è la vera padrona di questa casa, si svela in quel nel contegno mondano e brillante di pura malinconia. Lei è pur sempre quel giovanotto ambiguo che fa la fortuna di Nelson Page, il direttore de Lo Specchio al quale passa le notizie per Cronache Bizantine, la rubrica mondana di Enrico de Boccard, il “duca minimo”. Giò portava le notizie sui Torlonia, i Borghese, i Di Robilant, e anche quelle sui Ruspoli che però “venivano pagate poco essendo per fatti loro, già eccessivamente mondani”. Con Page, che un genio della spregiudicatezza giornalistica, Giò salda un patto di ferocia scandalistica. Lo Specchio è un giornale squdrista che massacra il perbenismo democristiano. Di volta in volta scelgono un bersaglio e Giò, che è il simbolo della perversione più abietta, viene sempre segretamente incaricato da Page di farsi vedere ovunque può lasciare traccia della propria capacità di contaminazione. Va da un povero ministro dello spettacolo, gli stringe la mano, il fotografo li immortala ed è fatta. La didascalia arriva come una pugnalata: “Albertone con il suo amico Giò”. Una volta i servizi segreti gli commissionarono semplicemente di andare ad alloggiare per tre giorni in un albergo di Verona. Alloggiare e basta, senza sapere niente e senza salutare nessuno.

C’era anche un generale della Stato Maggiore dell’Esercito in quell’albergo, e questo bastò, perché la maliziosa coincidenza portasse alle immediate dimissioni dell’alto ufficiale. Lei è quindi quel ragazzaccio vizioso che alle orecchie divertite di Gianna Preda e Luciano Cirri, al Borghese, dettava infiammati articoli d’indignazione contro i pederasti invertiti “come Giò Stajano”. L’ambiente fascista ha sempre un occhio complice per questo strano folletto della perdizione borghese. L’Italia democristiana si ritrae inorridita davanti a questa strana figurina della stravaganza, “ambiguo esponente del corrotto mondo omosessuale”. E’ l’onorevole Cicerone, un deputato monarchico leccese che però, instradandolo nel labirinto della buona società e delle “velate”, gli spiega il dovere di non nascondersi. Lei – fotografato bambino, in divisa di Figlio della Lupa – è il primo transessuale d’Italia. Lei, e solo lei, dovrebbe meritare uno speciale Tv da Paolo Limiti perché solo in lei si racconta il capitolo più sgargiante di costume, cultura e società. E tutto suo il capitolo di politica. Giulio Andreotti che avrebbe di gran lunga preferito baciare Riina piuttosto che salutare lei, incrociato al Premio Strega, si nega alla sua stretta di mano, Giorgio Almirante che lo incontra in un ristorante di Sabaudia, galante e cortese invece, le fa il baciamano e le dice: “Mi saluti la mamma”. Giovanni Spadolini le va incontro sorridente e lei gli dice: “Presidente, le faccio i miei migliori auguri, so bene quant’è terribile la politica avendo avuto un nonno che ha pagato il prezzo più alto a piazzale Loreto”. Spadolini la rincuora ricordandole come quel nonno “ha offerto nel sacrificio della morte un alto esempio di dignità”. E aggiunge: “Ne sia orgogliosa”.

La storia capovolta d’Italia è la sua storia. Quando nel 1961 scoppia lo scandalo dei “balletti verdi”, un’oscena storia di “corruzione di minore” che coinvolge pedofili aristocratici dell’altolocato ambiente bresciano, Giò Staiano viene convocato dai magistrati nella veste inedita di consulente. Lo scandalo dilagò in tutta Italia in una sorta di frociopoli nazionale. Lui arrivava come una Wanda Osiris tra i flash dei fotografi, in quanto “esperto de li vizi umani”. Aveva già dato alle stampe il suo bestseller “Roma capovolta”, e aveva scritto un altro libro dedicato a queste donne dai capelli verdi (“verdi, appunto”) e dalla voce lussuriosa. “Ho aperto io le porte agli omosessuali. Sono stato il primo omosessuale dichiarato”. Ninni Pingitore, caporedattore di Men, una gloriosa testata oggi relegata nell’ambito dell’antiquariato porno, lo incarica di un tour in Italia per raccontare luoghi e tipi del sommerso ambiente omosessuale. Quando Giò arriva a Taormina, va a cena alla Giara, trova Turiddu con un paio di baffi neri come la pece e perdendoci la pace e la notte tra le lenzuola, proprio quella notte che gli astronauti arrivavano su Selene, si perde pure l’allunaggio. “Ho aperto io le porte agli omosessuali. Sono stato il primo omosessuale dichiarato in Italia”.

Su Men, Giò Staiano cura anche la rubrica delle lettere. Erano tutte lettere vere del tipo: “Caro Giò, ieri sono stato al cinema e mi è capitata una cosa molto strana. Un signore s’è avvicinato a me e mi ha sfiorato il ginocchio con il suo ginocchio. Io ho fatto finta di niente per vedere dove voleva andare a parare e allora lui mi ha preso una mano e l’ha messa sulla sua gamba. Io ho fatto finta di niente per vedere proprio dove voleva andare a parare e quindi lui mi ha preso la mano e se l’è portata proprio lì dove ho potuto scoprire che s’era perfino sbottonato. Tu capisci, Giò, che io non ho voluto dire niente per vedere dove voleva andare a parare, anche quando mi ha proprio fatto mettere in ginocchio e non ti dico cosa mi ha fatto fare. Non ho detto niente perché, non potevo neppure parlare. Sono dilaniato dunque, da un dubbio, sono forse anormale?”. Giò lo rassicura amorevolmente. “No, non sei anormale, sei solo un normale omosessuale”. Dell’omosessualità, Giò, quando era un uomo, ne fece uno stile Forse le ho aperte troppo queste porte, e certamente me ne rammarico”.
Donna Gioacchina, donna di carità e di pia devozione, si rigira tra le dita, religiosissima qual è, la trama intrecciata della sua vita molteplice. “Ho aperto troppe porte, non mi interessano le campagne di mobilitazione né quella di liberazione. Dissi no ad Angelo Pezzana quando mi voleva al Fuori, e so anche che Franco Grillini non mi sopporta, ma non posso farci niente, ho aperto le troppe porte e mi basta. Adesso gli omosessuali vogliono tutto: vogliono sposarsi, vogliono adottare i bambini, vogliono andare a fare le sfilate davanti al Vaticano. Troppo, troppo, è troppo. Ma come possono pretendere tutto ciò? Le coppie di omosessuali, io che lo sono stato omosessuale, prima di diventare donna, le conosco bene. Sono tutti uguali: stanno insieme solo per tormentarsi e per tradirsi in ogni occasione. Sono degli infelici. Vivono come in un incubo, non fanno altro che massacrarsi, come possono pretendere di fare un matrimonio? Ci sono altre forme per mettere insieme casa e cose: possono fare delle società, mettersi in cooperativa, andare da un notaio, ma il matrimonio no”.

No, dice donna Gioacchina che non usa mai la parola “gay”, che per lei è solo una parola “tetra”. E ripete: “No”. “Fare una pagliacciata davanti al Santo Padre, poi. E’ forse Carnevale? Quando ero un uomo, mi sarò vestito da donna solo al cabaret per Re Faruk, e a Carnevale. Non facevo neppure una mossettina, neanche un gridolino. Fellini, per fare interpretare il mio personaggio dovette ricorrere a una controfigura perché io non non volli prestarmi a fare la caricatura della checca. Essere omosessuale era un privilegio degli artisti, degli imperatori e degli dei. Adesso, invece, anche le mezzemaniche ci diventano. Gli omosessuali oggi servono solo a fare divertire qualche stupida signora ricca e annoiata che se li porta dietro per sentirsi alla moda”. E’ finita la sera di Sannicola, donna Gioacchina ritorna nella sua casa dove una radio sul modello di quelle del 1940 trasmette dal terzo canale Rai le canzoni fruscianti di Josephine Baker e i bofonchi alati del suo amico Carmelo Bene, quello del Sud del Sud dei Santi. Ricorda: “Eravamo amici già da piccoli, un bel giorno sparì perché suo padre l’aveva fatto mettere in manicomio”. La radio è una compagnia del sottofondo. Un’altra radiolina, in camera da letto, trasmette invece le preghiere di Radio Maria. Quando lei s’addormenta le può capitare ancora di ritornare a fare sogni erotici. Si sveglia, si segna, si guarda intorno, ritrova la pace della sua casa che è una piccola cuccia per come gliela avrebbe potuta fabbricare Padre Pio in persona. Settanta primavere stanno celebrando un autunno. Un ricordo dell’estate? Una malinconia? “No”, dice donna Gioacchina, “no, niente malinconia, perché non esisto neppure io”.
(1.continua)

Dagospia.com 18 luglio 2001

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