Dalla rassegna stampa Cinema

"Dirty pictures", l'arte perfetta

…Dirty pictures, “fotografie sporche”, girato per la Mgm television da Frank Pierson, sceneggiatore di Quel pomeriggio di un giorno da cani…

Dennis Barrie nel 90 dirigeva il Centro delle Arti Contemporanee di Cincinnati, e convinto della libertà dell’arte decise, nonostante le polemiche scoppiate a Washington con tanto di cancellazione della mostra, di mantenere un impegno che a quel punto era diventato una sfida ai moralismi e alle spinte reazionarie più incontrollate, e cioè ospitare nel Centro la serie di fotografie firmate da Robert Mapplethorpe e raccolte con il titolo di The perfect art. Foto di bimbi nudi, il figlio bambino di Jim McBride e la figlioletta di Susan Sarandon grande amica del fotografo, di fiori, corpi scultorei nel segno inconfondibile di Mapplethorpe, sesso gay, fist fucking, sadomasochismo l’una legata all’altra con rimandi inscindibili nella poetica dei significati e costruzione visiva. La città esplode, accesa da quelle sacche profonde e oscure che si raccolgono nelle associazioni nate per difendere famiglia, morale, valori, tradizione del “puro spirito americano”, alimentando e non solo negli Usa ogni forma di repressione.
La mostra, “scandalosa” perché finanziata da denaro pubblico, viene chiusa di forza dallo sceriffo della città, Simon Leiss jr.: “non per vedere queste oscenità sono stato marine” dirà – a capo della battaglia anti-Mapplethorpe, Barrie finisce sotto processo rischiando la galera, ma come spiega bene lui stesso, “tutto ciò va al di là di me e del Museo, diventa un atto di accusa all’arte e alla sua libertà, e temo più per quanto potrà accadere in seguito se questo processo diventerà un precedente, quando decideranno i libri che si devono leggere e cosa guardare alla tv”.
Dirty pictures, “fotografie sporche”, girato per la Mgm television da Frank Pierson, sceneggiatore di Quel pomeriggio di un giorno da cani e Presunto innocente, regista cinematografico (E’ nata una stella con Barbra Streisand) e tv, specializzato in serie biografice (una su Truman), è uno degli eventi speciali del Festival internazionale di film con tematiche omosessuali che chiude stasera con una serie di performance live e virtuali al Theatrò, tra cui Street Angels. Ce lo annuncia il giornalino del festival, novità dell’anno, presentando la star dell’ultimo giorno, Franco Nero, che accompagna Querelle, anticipo sul “tutto R.W. Fassbinder” previsto nel 2002.
Tornando a Dirty pictures, Pierson nel film porta tutta l’esperienza di una scrittura secca e studiatissima, con i colpi giusti anche se perfettamente in sintonia con il genere “film-politico” di cui ritroviamo situazioni ricorrenti. Come la figura della “moglie” (di Barrie) che alla fine esplode e accusa il marito di pensare solo a sé. E quanto sono insopportabili le mogli sullo schermo di questi uomini-coraggio (ricordate Insider?) che infine pensano solo alla casetta e ai figli, i quali in questo caso, pure se ragazzini, sono assai più coraggiosi e “schierati” col padre in tutto. Fiction – Dennis Barrie è uno splendido James Wood – miscelata a documento con interviste a Rushdie, Susan Sarandon, scrittori e critici d’arte, uomini politici – c’è anche George Bush all’epoca presidente – e lo stesso Mapplethorpe in materiale d’archivio che parla lucidamente della sua arte, del rapporto per lui vitale con erotismo e sessualità e del come questo sia ancora così disturbante, Dirty pictures nella sua struttura semplice comunque affonda e colpisce bersagli terribilmente attuali (già, siamo a Cincinnati…). Mettendo in luce l’angoscia che di una costante e sempre ben radicata demonizzazione di lucidità e diritto al pensiero e alla vita.
Barrie sarà assolto dalla giuria di “gente normale” che infine, anche se la maggioranza silenziosa preme e pretenderebbe di salvaguardare il bene collettivo, rimpicciolendo le persone dentro un’idea proprio subumana, decide per la libertà. Eppure uno dei giurati dirà: “mi sono trasferito qui per vivere tranquillo e oggi mia figlia si fa il piercing”. O forse proprio per questo, perché nell’esperienza vivono l’impossibilità di non essere in contraddizione rispetto a se stessi prima di tutto, e quindi anche rispetto alle cose che magari non condividono e che pure sono lì e si devono affrontare.
Ma non è certo ottimista il finale, che ci mostra – come sono coraggiose le tv commerciali Usa – tutte le foto “incriminate”, e più volte: chissà cosa sarebbe accaduto invece da noi, specie in clima elettorale con la televisione pubblica che per una parte della politica dovrebbe essere praticamente spenta. Il capo delle associazioni “morali” ci fa sapere che sulla lunga distanza hanno vinto loro. Barrie lascerà l’incarico due anni dopo, divorziando dalla moglie a dispetto dell’immagine di famiglia unita nonostante tutto, mentre i controlli sulle decisioni dei musei e della cultura sono diventati molto più stretti. E oggi alla Casa bianca è tornato un Bush così simile al dna paterno…
Non solo. Perché Dirty pictures va molto al di là di uno scontro che potrebbe riguardare unicamente il bigottismo tutto americano. Nella Francia “illuminata” la scorsa estate per iniziativa di una fantomatica associazione familiare, Baise-moi di Virginie Despentes e Coralie Trinh Tri è stato messo all’indice con l’accusa di pornografia. E in Italia senza andare tanto lontano nel tempo ci si può fermare a Ciprì Maresco messi sotto accusa (sempre da qualche solerte associazione o cittadino) per Totò che visse due volte. Ma certo non è diverso chi come Berlusconi vorrebbe spegnere la tv pubblica, comici, satira e tutto ciò che può accendere la ragione, o chi come Storace vorrebbe “controllare” i libri a scuola, e pensando a questo festival, alla fatica che fa per esistere, anche perché parla di omosessualità (e sessulità, e libertà), dunque sponsor e film vanno dati con attenzione, mica ci si può tanto “compromettere”… Dunque, chi sono queste associazioni non lo abbiamo mai saputo chiaramente, ma certo sappiamo il loro potenziale d’uso politico e strumentale, nell’ipocrisia e in una visione “macha” e repressa, quella sì “dirty”, sporca e che mette paura. Ed è curioso trovare un’analogia in questi atteggiamenti tra i moralisti dell’Ohio e i ragazzetti e politici maschi thailandesi di The Iron Ladies, commedia coloratissima di Yongyooth Thongkonthun, classe 67, che firma qui il suo primo film. La storia è quella vera delle “Iron ladies”, squadra di pallavolo thailandese drag-queen che nonostante sberleffi e tentativi ripetuti di boicottaggio ha vinto il campionato nazionale conquistando il cuore del pubblico. Tutto comincia quando Mon, un giocatore fantastico, viene escluso da ogni squadra perché gay. Si sa, con lo sport roba da uomini-veri mica può funzionare… Così Mon e il suo amico Jung ripartono all’attacco quando la città affida a Bee, una donna, il compito di formare un nuova squadra. A parte il capitano saranno tutti drag, gay e transessuali, e il film ne racconta la difficile convivenza, che poi i problemi ci sono e sono anche pesanti. L’istituzione li odia, la gente li adora. E loro giocano alla grande. Ma come spiegarlo a chi vede una squadra di “freaks” e in più allenati da una donna? E’ come chi vede nel nudo di un bimbo scattato da Mapplethorpe solo perversione e mai innocenza e bellezza. Saranno mica loro ad avere qualche problema? E come dice Bee, lo sport non è vincere o perdere è qualcosa di molto più complesso. Proprio come l’arte. E la realtà.

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