Dalla rassegna stampa Cinema

Les Terres Froides

…E’ il film che ha viaggiato di più – a Venezia, a Belfort – ma è anche quello che Arte ha trasmesso con un certo imbarazzo, dopo mezzanotte a causa di certi momenti di omosessualità particolarmente cruda che non potevano trovare pieno consenso all’interno del canale franco-tedesco. . .

Il film di Sébastien Lifshitz (scritto assieme a Stéphane Bouquet) occupa un posto a parte all’interno della serie. E’ il film che ha viaggiato di più – a Venezia, a Belfort – ma è anche quello che Arte ha trasmesso con un certo imbarazzo, dopo mezzanotte a causa di certi momenti di omosessualità particolarmente cruda che non potevano trovare pieno consenso all’interno del canale franco-tedesco. Les terres froides è anche un film dove il collegamento alla serie non è automatico. Dov’è la politica? In questa storia di operai dallo svolgimento tragico destinata a riempire dei quaderni di accuse? No, più profondamente nei rapporti tra un corpo e degli spazi che gli sono interdetti. Come in Les corps ouverts, il corpo è quello di Jasmine Belmadi, al quale Lifshitz fa cambiare universo (una nuova città, un nuovo lavoro, una nuova sessualità). Un corpo filmato nella sua ricerca. Nell’atto di osservare – una fabbrica, un giardino, una casa, un ufficio, un corpo. E poi mentre cerca di penetrare in un interno (della fabbrica, ecc…). Fascinazione per il padrone dell’azienda che potrebbe essere suo padre, lotta di classe ricomposta, politica sessuale. Rimane in mente una bella sequenza di rimorchiamento in un locale notturno (primi piani, la macchina da presa passa da un viso all’altro), una ragazza disponibile, il ragazzo in atteggiamento disinvolto. Lifshitz addiziona i frammenti. Cos’è che tiene insieme le cose? C’è un cammino da percorrere, due corpi da riunire. È così che funziona.
(Erwan Higuinen, “Cahiers du Cinéma” 544, mars 2000, p. 14)

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