Dalla rassegna stampa Cinema

Boogie Nights

“Ho la sensazione che in quei jeans ci sia qualcosa di meraviglioso che aspetta solo di uscire”, profetizza il regista porno Jack Homer nel notare al ristorante un giovane…

“Ho la sensazione che in quei jeans ci sia qualcosa di meraviglioso che aspetta solo di uscire”, profetizza il regista porno Jack Homer nel notare al ristorante un giovane sguattero che arrotonda la paga esibendosi a pagamento (cinque dollari per mostrare i genitali, dieci per lasciarsi guardare mentre si masturba). Ha visto giusto, il talent scout, ma noi pubblico dovremo aspettare oltre 150 minuti per vedere l’oggetto di tante attenzioni: in una bella scena che arriva nel finalissimo, il protagonista vestito di bianco prova le sue battute allo specchio, si aggiusta i capelli e a sorpresa tira fuori dai pantaloni l’enorme membro che fu all’origine della propria cine-fortuna. “Boogie Nights” è un film curiosamente casto per l’argomento che affronta, ma non reticente. Racconta l’ascesa e la caduta nel mondo dell’hardcore di un superdotato che ricorda un po’ almeno nelle canoniche misure dei 33 centimetri, la figura dello scomparso John Holmes. Ma il regista Paul Thomas Anderson, di cui qualche spettatore ricorderà l’interessante “Sydney”, non sembra avere intenti biografici: gli interessa ricreare l’ambiente del cinema pornografico californiano a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta per estrarne il ritratto di una certa America marginale e viziosa, ossesiva e vitale. Tra Altman e Scorsese, ma con un occhio anche al “Larry Flynt” di Milos Forman. Il cineasta indipendente si diverte a impaginare un affresco amorale intessuto di un’inattesa pietas: non che il film assolva l’ambiente torvo e sovreccitato nel quale, pochi anni prima, nel ’72, era maturato un “classico” come “Gola profonda”, ma lo sguardo è inevitabilmente complice, quasi a svelare una dimensione familiare che il porno a venire -quello girato in video, per risparmiare – non avrebbe più avuto. A suo modo “Boogie Nights” è un film in costume: per come restituisce l’atmosfera, le mode, le musiche e le pettinature dell’epoca. Tra citazioni di Travolta e Bruce Lee, pantaloni a zampa d’elefante, zatteroni e cocaparty ai bordi delle piscine, la storia svela sin dalle prime inquadrature una sua dimensione paradossale. (…) É molto bravo il regista ventiseienne nell’evocare il clima irresponsabile e tragicomico di quell’eppca a sua moda “gloriosa” : non ancora lambiti dalla spettro fune- reo dell’Aids, i personaggi di “Boogie Nights” vivono allegramente una sessualità più esibita che praticata, tra ammucchiate all’aria aperta, gelosie inaspettate (ci scappa anche una strage) e aspirazioni alla “normalità”. Può darsi che talvolta il film edulcori un po’ il ritratto di quel cinetna «parallelo» che pur smuoveva miliardi, ma il ritratto non è mai rassicurante: dietro si staglia una società rapace, violenta, razzista, pronta a uccidere per un grammo di cocaina e a finire in carcere per pedofilia. Se Julianne Moore nei panni della pornodiva infelice non ha proprio il fisico del ruolo, il bentornato Burt Reynolds è straordinario nel ruolo del regista che vorrebbe firmare un film a suo modo d’autore, mentre il protagonista Mark Walhberg (ex tossicomane, ex rapper, ex indossatore di mutante per Calvin Klein, attuale mito gay) porta nel personaggio di Dirk Diggler la giusta dose di arroganza e fragilità, determinazione e ingenuità. Pare che il regista l’abbia preferito a Leonardo Di Caprio per via delle dimensioni del suo pene. In effetti, il ragazzo ha dei numeri.

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