Dalla rassegna stampa Cinema

Bugie rosse

Non ci si crede mai. Il racconto divaga, si impasticcia, accoglie situazioni quasi ridicole, si infioretta di dialoghi pronti, ad ogni momento, a sciorinare perle o di banalità o di retorica. . .

Non ci si crede mai. Il racconto divaga, si impasticcia, accoglie situazioni quasi ridicole, si infioretta di dialoghi pronti, ad ogni momento, a sciorinare perle o di banalità o di retorica, senza che nessun carattere davvero si profili e che un minimo di logica intervenga mai a dare una ragione o un senso a quanto ci viene proposto sempre ai limiti fra il giallo e l’eros, ma con l’incapacità manifesta di optare sul serio o per l’uno o per l’altro. Si potrebbe prendere in qualche considerazione la regia di Pierfrancesco Campanella: meriti tecnici ne ha, le immagini le costruisce con una certa cura, della fotografia di Mario Vulpiani si serve spesso con gli effetti giusti (nell’evocare certi climi, nel rappresentare certe cornici), ma la storia, scritta dallo stesso regista, ne vanifica ad ogni istante gli sforzi e le ambizioni: riducendoli a esercitazione vana. Il giornalista televisivo è l’americano Tomas Arana, la sua bellissima moglie è Gioia Scola, un magistrato che indaga è Gianfranco Jannuzzo, con toni ambigui. Di sfondo, la mia dolce e cara Alida Valli, che rischia, addirittura, per un momento, di passare per l’assassina.

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