Dalla rassegna stampa Cinema

«L’ISPIRAZIONE»

Provocatori di professione: Le confessioni di Derek Jarman, alla sua prima regia lirica – Bussotti profeta: Grandi, meritati applausi del pubblico fiorentino.

51° Maggio Musicale Fiorentino
Teatro Comunale, Firenze
dal 26 maggio 1988.
Regia: Derek Jarman; musica e scene: Sylvano Bussotti; direttore d’orchestra: Jan Latham-Koenig; maestro del coro: Roberto Gabbiani; luci: Guido Baroni; coreografie: Rocco; interpreti: Richard Cowan (Mastro Wolfango), Julia Conwell (Serena), Anastasia Tomaszewska Schepis (l’Argia), Tilda Swinton (Futura), Aurio Tomicich (Hanzo Lupo), Renato Copecchi (Maestro di Cappella), Andrè Battedon (Pierrot), Paolo Barbacini (Otto), Maurizio Piconi e Luca Paoloni; allestimento curato da Raffaele Del Savio; sopratitoli del testo adattati da Muro Conti.
Provocatori di professione: Le confessioni di Derek Jarman, alla sua prima regia lirica
Coraggio all’opera
Antonella Barina
Fuorilegge dello spettacolo. Fomentatore di scandali. Minacciato dall’AIDS. Con l’arma della sincerità, il regista inglese colpisce tutto e tutti. Anche se stesso.
Gli accordi della musica atonale sembrano vibrazioni subacquee. I ballerini ondeggiano come alghe in fondo al mare. Syrena e Trytone consumano cantando la loro passione d’amore, fino a scivolare in un sonno esausto. E quando gli altri cantanti entrano in scena e si dispongono in punta di piedi intorno ai due amanti, la sala si trasforma in una babele acquatica. Assistenti alla regia, coreografo, costumista, maestro del coro, comparse, tutti si affannano a dire la loro, correggere, riportare l’ordine in quel mare in burrasca.
Solo Derek Jarman osserva in silenzio, in un angolo. Con quegli occhi neri che non si quietano mai. Sembra un curioso che si è intrufolato di nascosto. Alla fine però interviene a voce bassa: «Posso suggerirvi una casa?». Silenzio. «Già, dimenticavo, sono il regista: “devo” suggerire qualcosa». Le sue direttive sono precise, sicure. Con un rimprovero finale: «Evitate quella faccia scandalizzata davanti alla scena d’amore. Essere innamorati dovrebbe essere una cosa dolce, bellissima». Poi la sua voce muore in un borbottio contro i preti e la Chiesa, che hanno trasformato la passione, nella mente di troppi, in un vergognoso peccato.
Eccolo il Jarman che conoscevamo, polemico, nervoso, sincero. L’enfant terrible del cinema anglosassone, ora alle prove della sua prima regia operistica: L’ispirazione di Sylvano Bussotti, melodramma in tre atti che verrà presentato in prima mondiale il 26 di questo mese al Maggio Musicale Fiorentino. Diretto da Jan Latham-Koenig.
Bussotti, Jarman: due ex fuorilegge dello spettacolo, approdati a un discusso riconoscimento  ufficiale. Due provocatori visionari. E un’opera che si muove, con spregiudicatezza onirica, avanti e indietro nel tempo (fino all’anno 2750), e a capriccio nello spazio, terrestre e cosmico. Un turbinio folle di suoni e immagini. Come la fantasia di Bussotti, che qui firma musica, libretto, scene e costumi, nuovamente ispirati a un repertorio autobiografico. Come la vita eclettica di Jarman, regista di cinema, di video, pittore, scrittore, scenografo, sobillatore e duellante, fomentatore di scandali e vittima coraggiosa dei benpensanti.
Derek jarman, già scenografo di Ken Russell nei Diavoli e in Donne in Amore, è l’autore di Sebastiane, Jubilee, Caravaggio. Film giocati su preziose suggestioni visive, sui contenuti omosessuali, sulle atmosfere intellettuali e rarefatte. Veri assalti, raffinati ed estenuati, ai sensi e alla mente di chi guarda. E ora Jarman è l’autore di una nuova provocazione cinematografica, The Last of England (La fine dell’Inghilterra), che verrà presentata al Maggio. Novanta minuti di immagini, umoristiche e tragiche, sull’attuale decadenza del Regno Unito. Un film che in patria si rifiutano di vedere: non si riesce a distribuire la pellicola oltremanica.
I rapporti di Jarman con L’Inghilterra conformista sono sempre stati inquieti. Fin da quando è stato il primo regista britannico a dichiarare la sua omosessualità («Un parlamentare Tory mi ha definito pubblicamente un individuo contro natura, chimicamente squilibrato: un pericolo per la nazione da sradicare al più presto»). E le cose sono peggiorate da quando Jarman ha avuto il coraggio di rivelare che è sieropositivo: non riesce più a ottenere quelle assicurazioni sulla vita che sono indispensabili per girare un film.
Ma chi è questa bestia nera del cinema anglosassone, che alcuni definiscono geniale nella sua versatile e visionaria creatività, altri un dilettante irresponsabile, un esteta pretenzioso? Jarman è un uomo intelligente, colto, coraggioso. E paradossalmente, visto che è famoso per le micce che accende, una persona sensibile, dolcissima. L’avevamo incontrato più volte, anni fa, in quel suo appartamento minuscolo al centro di Londra, decorato dei suoi quadri neri e oro, e arredato dei mobili «secenteschi» dal set di Caravaggio. Ora è più magro, forse ha la faccia più stanca, ma ha la mimica e l’energia scoppiettante di sempre. E come sempre le sue mani, oltre ai suoi occhi, non si fermano mai. Solo quando parla dell’Aids e del cupo clima dell’Inghilterra thatcheriana si scurisce in volto: un peso provato e uno pubblico sopportati con forza e con grazia. «Da quando so di essere sieropositivo, la mia vita è diventata avida di esperienze», racconta. «Non posso più permettermi di posporre niente. Tutto è urgente».
Per questo ha deciso di debuttare anche nella lirica?
«Sì, ma non solo. È la prima volta che Bussotti, che si occupa sempre di tutto in prima persona, chiama un estraneo a collaborare con lui. Mi è sembrata una follia da parte sua. E le follie sono occasioni da non perdere».
Ma Bussotti firma la musica, i testi, le scene e i costumi. Non le lascia mica poi tanto spazio.
«Il libretto dell’Ispirazione è così complesso che dargli un senso è un lavoro enorme: come interpretare una poesia. Ci sono delle immagini, delle atmosfere. Ma niente può essere realizzato alla lettera. Le didascalie suggeriscono: “Attraverso l’universo”. Oppure: “Si vedono delle città”. Sono mesi che cerco di dipanare un filo logico».
Di cosa parla quest’«Ispirazione»?
«Di un vecchio violinista, costretto per vivere a strimpellare musica che odia, e autore di opere da tutti ritenute irrappresentabili. Solo dopo molte vicende, grazie a sua figlia, lo si riconosce come un grande musicista. Sembra una storia semplice. Ma ci sono mille scene che si staccano dal filo narrativo centrale: con astronavi nello spazio, computer, robot, Dei, personaggi mitologici. Mi diverto molto. Lo sa che non è la prima volta che lavoro al Maggio? Ero già qui con Ken Russell, nell’82, come scenografo della Carriera del Libertino di Stravinski. Quante cose ho imparato da Ken».
Anche a scioccare il pubblico?
«No. Quello Ken lo ha imparato da me, tanti anni fa, quando abbiamo girato insieme I diavoli. Prima di allora i suoi lavori non erano affatto scioccanti».
Insomma, è lei, il figlio di un ufficiale dell’aviazione britannica, il maestro d’ogni scandalo. Una reazione a suo padre?
«Un’ovvia conseguenza dell’educazione di mio padre, che durante la guerra è impazzito … Sì, proprio impazzito, anche se non gli ha creato nella mente il caos. Dopo le cinque incursioni aeree obbligatorie per ogni pilota della Raf, gli proposero compiti più sedentari. Ma lui supplicò che lo lasciassero continuare a bombardare. E si buttava in ogni nuovo raid aereo come un kamikaze, con la segreta speranza di lasciarci la vita. Ma non ci riuscì. Sopravvisse. E in seguito non poté più trovare una sua collocazione in un mondo in pace».
E sua madre?
«Era una donna eccezionale. Per le sue aperture, il suo progressismo: niente la scioccava mai. Anzi, diceva a papà: “Meno male che i nostri figli non sono normali: sono molto più interessanti dei loro coetanei”. E  quando è venuta a vedere il mio film Jubilee, che ha creato uno scandalo in Inghilterra – pensi che alla prima alcuni spettatori sono svenuti – ha commentato: “Lo trovo un film molto fedele alla realtà”. Mia madre è morta lentamente, nell’arco di 18 anni, di cancro. Ed è morta parlando dell’Italia».
Dell’Italia?
«Sì, perché nel ’46, quando avevo quattr’anni, ci siamo trasferiti a Roma: mio padre era diventato il comandante inglese dell’aeroporto di Ciampino. Fu un periodo meraviglioso per la mamma, reduce dalle follie belliche di suo marito. Di quel periodo in Italia io mi ricordo solo i fiori. E l’incubo dell’italiano. Lo avevo imparato molto bene, ma ogni volta che c’era un amico inglese, i miei genitori mi mettevano in piedi su un tavolo e mi costringevano a esibirmi in italiano. Mi sentivo così imbarazzato … Da allora non sono più riuscito a pronunciare una parola della vostra lingua. Mi prende un groppo alla gola …».
Quanto siete rimasti in Italia?
«Poco meno di due anni. Poi ci hanno trasferito in Pakistan. Brutti ricordi. Mio padre era vice-comandante della Raf laggiù, e la nostra vita era  fatta di parate militari, di tè con Nehru, allora primo ministro indiano, di cene ufficiali col nipote del fondatore del Pakistan. Una sofferenza per un bambino. Non facevo che piangere».
Un’infanzia triste?
«Un’infanzia un po’ folle, che ha sviluppato in me grandi capacità di improvvisazione. Ogni due anni venivamo trasferiti in una città diversa. Ci trovavamo davanti a nuove stanze vuote che sarebbero diventate la nostra casa. Bisognava sempre inventare qualcosa. Alcuni critici hanno lodato la mia capacità di fare film visivamente preziosi con budget che a stento riempirebbero un salvadanaio. Credo che la mia creatività sia nata in quel periodo. Ma la mia è anche stata un’infanzia nei campi militari. Con la sensazione che la vita normale fosse sempre al di là di un filo spinato, lontana, diversa, da visitarsi ogni tanto, quando si andava in città».
È a tutto questo che si devono le sue attuali ribellioni?
«In parte sì. In parte al fatto che la Gran Bretagna non è un paese democratico. Le cose sono peggiorate con la Thatcher, ma già di per sé la mentalità inglese è profondamente reazionaria. The Last of England parla di questo: del profondo compromesso con se stessa della cultura britannica. Incapace di mettersi in discussione, di fare un’autocritica. Che sia chiaro, però: io non sono un anarchico che vuole distruggere tutto, né sono un uomo di sinistra come lo intendete voi in Italia, perché in Gran Bretagna non c’è una sinistra. Laburisti e conservatori sono sostanzialmente uguali. Io sono un tradizionalista. Un uomo che cerca di recuperare quel che di positivo c’era un tempo. Non con spirito nostalgico. Ma cercando di fare un’analisi del passato, per capire quale direzione tragica abbiamo imboccato oggi. Senza una prospettiva storica non si comprende a che punto siamo. E anche di questo parla The Last of England. tutto quello che penso è in quel film».
«The Last of England» è anche il titolo di un suo libro. Il libro in cui per la prima volta lei dichiara pubblicamente di essere sieropositivo.
«Sì. È stata una decisione difficile, ma importante. I miei amici mi sconsigliavano di farlo. E in parte avevano ragione, perché poi la vita diventa molto più dura. L’emarginazione si accentua. Nascono i problemi con le compagnie assicurative. E ormai, prima di accettare un lavoro, devo chiedere a tutti se hanno paura di stare con me, anche se so che senza contatti fisici la malattia non si trasmette. Ma non potevo tacere. Sarebbe stato come tradire tutto quello in cui credo. È proprio dalla segretezza che nascono l’ipocrisia, i furti, le stragi, gli scandali che poi vengono messi a tacere».
Un gesto politico?
«Sì. Ma alcuni mi hanno accusato di voler fare del sensazionalismo. Strano modo di fare sensazione. Posso pensare a vie meno dolorose. Anche se devo ammettere che è un sollievo spezzare il cerchio della solitudine. Si finisce per pensare meno. Tanto è inutile pensarci: si rimuginano sempre le stesse cose».
Ha progetti di lavoro futuri?
«Vorrei fare un film, ispirato al War Requiem di Benjamin Britten. Ma riuscirò ad aggirare le compagnie di assicurazioni? Vorrei scrivere un libro sui malati di Aids. Ma è una cosa lunga. Ne avrò il tempo? Avrò un futuro?».
Essere sieropositivi non vuole dire essere ammalato di Aids. Potrebbe vivere altri 50 anni.
«Però potrei anche morire. Bisogna avere il coraggio di pensarlo. E di dirlo. Siamo onesti: i medici non sono ancora certi su nulla. Un senso di urgenza lo sento di continuo. Non a caso ho ripreso a dipingere. Ho appena fatto una mostra a Londra. Presto ne farò una a Francoforte. Per dipingere un quadro ci vuole meno tempo che per girare un film».
So che ha appena comprato una casa al mare. Dipingerà laggiù?
«Sì. È sulla spiaggia, accanto a una centrale nucleare. Un luogo stupendo».
Strana affermazione per un antinuclearista come lei.
«Tutt’intorno ci sono piante e fiori rari, che nel giro di qualche anno verranno distrutti dalla costruzione di una seconda centrale. Ma è proprio questo che mi calamita a quel posto. La sensazione di vivere in un paesaggio destinato a morire presto».

L’Europeo, n. 22 (27 maggio 1988), pp. 108-113.
Bussotti profeta: Grandi, meritati applausi del pubblico fiorentino.
MAGGIO / «L’ispirazione» di Leonardo Pinzanti; La Nazione, 29 maggio 1988, p. 12.

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.