Dalla rassegna stampa Cinema

PASSIONE SECONDO PPP

Torture ricalcate da «Salò». Citazioni a piene mani dal «Giardino delle delizie» di Bosch. E tutta la cronaca di un assassinio. Così il regista di «Caravaggio» Celebra Pasolini in un cult-movie gay e visionario.

«Era notte fonda, avevo appena preso sonno quando suonò il campanello alla porta. Mi alzai a fatica per aprire e la sorpresa fu enorme. Mai avrei potuto immaginare che uno degli uomini che più ammiravo, dal quale traevo ispirazione e addirittura la forza di vivere, fosse davanti a me, in casa mia, del tutto inaspettato. Quell’uomo era Pier Paolo Pasolini». Così Derek Jarman, il quarantaquattrenne registra inglese di Caravaggio, accolto con entusiasmo e polemiche al Festival di Berlino di quest’anno, racconta il suo primo e unico incontro con Pier Paolo Pasolini, che sarà il protagonista amato e scandagliato fino all’ossessione del suo prossimo film, P. P. P. in the garden of earthly delights (Pasolini nel giardino delle delizie).

«Pasolini» continua Jarman «era venuto in Gran Bretagna per scegliere i luoghi dove girare I racconti di Canterbury, aveva perso l’aereo che doveva riportarlo a Roma e trovandosi senza alloggio alle due di notte mi chiese ospitalità. Ancora adesso non so come sia avvivato a me, chi gli avesse dato il mio indirizzo».

Qualche anno dopo, quando già il ricordo del singolare incontro a Londra andava trascolorando per Jarman nel sogno, il regista seppe della tragica morte di Pier Paolo Pasolini e nacque l’idea di dedicare al poeta e all’uomo un film visionario, vestito di violenza e icone religiose, come una passione di un Cristo travolto dalla propria voglia di autodistruggersi. Jarman scrisse di getto le prime sequenze di una sceneggiatura ancora ipotetica (Cronaca di una morte filmata) e la intitolò P. P. P. in the garden of earthly delights pensando al Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch esposto al Museo del Prado di Madrid.

Il film, entrato ora in fase di produzione, racconta l’ultima tragica notte del poeta, alternando crudi flash di cronaca e visioni ricostruite di Salò, l’ultimo e più maledetto film di Pasolini, e a frammenti del Giardino delle delizie di Bosch, citato in dettagli, chiaroscuri e riferimenti espliciti.

All’opera, Jarman si accosta con un misto di entusiasmo e timore: «Sarà un lavoro che cambierà la mia mente, un film diretto dalla parte più visionaria di me». Quella parte scoperta dal regista inglese sui set dei Diavoli di Ken Russell (dove ha lavorato come decoratore, mettendo a frutto un passato di pittore) e messa poi alla prova nei primi film dopo che Jarman aveva rifiutato la proposta di Stanley Kubrik di dipingere il set di Barry Lyndon, per dedicarsi alla regia: una decina di super 8 sperimentali. Sebastiane e Permanent Vacation (diventati prestissimo cult-movie per la nuova generazione di film-maker britannici), Nubile (un punk-movie presentato a Cannes e accolto dalla stampa britannica come un oltraggio alla Corona), The Tempest (da Shakespeare), The Angelic Conversation (radicale interpretazione in chiave gay dei sonetti shakespeariani) e finalmente Caravaggio, di cui Jarman scrisse la sceneggiatura nel 1979 e che sembra definitivamente averlo imposto all’attenzione della critica.

Ed è proprio Caravaggio il precedente più illuminante per interpretare il prossimo P. P. P. in the garden of earthly delights: in entrambi i lavori dominano i tre temi rivendicati da Jarman come il cuore della propria vena di autore, la poetica del realismo, l’omosessualità a forti tinte sadomasochiste e la sovversione visionaria dei temi mitologici. Il risultato è un crogiuolo da alchimista visionario: «C’è ancora molto da imparare sul concetto di alchimia» dice Jarman «e sulla provvisorietà dell’idea di passato. Il passato non esiste, esiste solo in quanto diventa una nostra interpretazione. La gente è portata a pensare che la Storia sia immutabile, ed è quello che chiama realtà. Ma la realtà che interessa a me è per esempio quella che scaturisce dalle immagini di Caravaggio, dalla sua elaborazione della vita attraverso la tela. Quando guardo la gente per strada mi accorgo che nessuno di loro si avvede di camminare sull’immaginazione di quelli che la inventarono. In quel senso gli uomini stessi non sono più reali di un’idea …

La rivendicazione della complessità che solo la «vista» dell’artista (quella di Caravaggio come quella di Pasolini poeta e regista) può ricostruire nella sua totalità, il primato della descrizione figurativa (nel senso del primato leonardesco della pittura sulla parola) per descrivere la realtà, sono insomma temi ricorrenti in Jarman. Ma anche pietre miliari poste alla base del «Rinascimento del cinema inglese» che accanto a lui annovera una schiera di registi quarantenni come Alan Parker (Pink Floyd the wall, Birdy), Peter Greenaway (I misteri di Campton House), Ridley Scott (I duellanti, Blade Runner, Legend). Col Pasolini di Jarman il tentativo collettivo di riscrivere col cinema la realtà come storia della percezione sembra così destinato a produrre un nuovo capitolo.

da Lorenzo Miglioli; Panorama, 4 maggio 1986, pp. 180-181.

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