Dalla rassegna stampa Cinema

Quel libertino di Russell

Alla Pergola «The Rake’s Progress» di Stravinsky, lo spettacolo più atteso di questo Maggio.

45° Maggio Musicale Fiorentino
Teatro della Pergola, Firenze
dal 18 al 30 maggio 1982.

Regia: Ken Russell; musica: Igor Stravinsky; libretto: Wystan Hug Auden e Chester Kallmam; edizione in lingua originale: Edizione Boosey & Hawkes, Londra; maestro concertatore e direttore: Riccardo Chailly (Coro e Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino); maestro del coro: Roberto Gabbiani; pianoforte: Marcello Guerrini; scene e costumi: Derek Jarman; direttore dell’allestimento: Raoul Farolfi; interpreti: Carlo Del Bosco (Truelove), Cecilia Gasdia (Anne Truelove), Gösta Winbergh (Tom Rakewell), Istvan Gati (Nick Shadow), Michael Aspinall (Mother Goose), Robert Porter (il guardiano), John Dobson (Sellem) e Glenys Linos; sostituti: Leo Goeke e Katia Angeloni; produzione filmata anche dalla RAI.

Ken Russell: La carriera di un libertino
Raffaele Monti

La regia di La carriera di un libertino di Strawinsky fu affidata nel 1982 a Ken Russell dopo una lunga «esplorazione» che aveva anche compreso una trattativa abbastanza avanzata con Federico Fellini, trattativa che non fu conclusa per la lucidità autocritica del regista chiaramente conscio delle estreme difficoltà che il «mezzo» teatrale e soprattutto melodrammatico (la presenza di una struttura musicale intangibile) avrebbe posto al suo stile.
Per Ken Russell, ingegno carico di fertili contraddizioni, appassionato di musica e di «storia» musicale, fu invece una sorta di occasione maieutica. In effetti questa fu la sua prima regia lirica, certamente di gran lunga la migliore e soprattutto fu la rivelazione di una capacità disinibita ma puntualissima di far teatro musicale, per cui in sostanza fra tutti i tentativi di avvicinare al melodramma registi specificatamente cinematografici, questo del regista inglese rimane senz’altro il più riuscito.
Dobbiamo pur dire che Russell, ed il suo straordinario scenografo Derek Jarman, ebbero l’avventura di poter lavorare sopra un testo letterario-musicale (quello di Auden-Strawinsky) tra i più disponibili ad una lettura «libera» cioè capace di compiere appunto sul testo musicale-letterario un’operazione di ribaltamento storico in esso chiaramente indicata; in effetti il «neoclassicismo» stravinskiano, di cui quest’opera è la straordinaria conclusione, nella ripresa e citazione di formule settecentesche e primo ottocentesche, nel suo straordinario formalismo, permette questa lettura «elastica»; una lettura capace cioè di comporre sulla trama drammatico musicale una trama visivo spettacolare costruita attraverso una visualità che partendo da un punto di vista attuale (il nostro occhio di spettatori contemporanei) comprenda e svolga la consapevolezza di un passato attivo e rinnovante. È interessante conoscere un’opinione del medesimo regista sopra questo tipo di operazione: «… La mia intenzione è di mettere in scena una Londra contemporanea e portare alla luce il sostrato psicologico e sociologico che è contenuto nel testo. Ci si rende meglio conto delle sue potenzialità in un allestimento moderno piuttosto che in uno di ambientazione settecentesca. Gli spettatori non riescono a porsi direttamente in contatto con questo secolo: sono sempre un po’ distaccati, vedono personaggi estranei, bizzarri. Gli spettatori del settecento erano contemporanei della vicenda rappresentata come noi lo siamo ora rispetto a questa. Una delle mie preoccupazioni principali è quella di coinvolgere il pubblico e penso che questo allestimento lo coinvolga più di quanto non sia avvenuto prima … Le scene riflettono la Londra di oggi, sembrano viste attraverso l’occhio di una artista londinese contemporaneo. Sono rappresentazioni semi-naturalistiche di un’Inghilterra riconoscibile, ma conservano sempre un leggero tono settecentesco, puramente funzionale, come del resto succede anche nella musica di Stravinsky …»

Come si vede la dichiarazione anche se in complesso può apparire un po’ sommaria e sbrigativa nei rispetti di una operazione registica che al contrario si rivelò complessissima, contiene netta la dichiarazione di questa «riduzione al punto di vista contemporaneo» (quello del regista) che sarà la molla di partenza di tutto il lavoro. Già sopra il libretto Russell e Jarman operarono una trascrizione che pur non alterando minimamente le parole rileggeva scena per scena trasportandone i casi in «eventi» tipici del nostro vivere moderno. L’operazione, abilissima, costituisce un vero e proprio «screen-play» sul quale Russell svolgerà la sua lettura in chiave postmoderna.
Il tal modo si determina una sorta di straordinario ribaltamento; sopra il testo di Auden nasce un secondo testo che combacia perfettamente con le «trame» del primo, agendo solamente come meccanismo d’alterazione di elementi che già all’origine erano prodotti «artificiosi», cioè nati da esatte elaborazioni intellettuali.
La tinta settecentesca già volutamente «mentale» nel primo testo ritorna nel secondo come memoria o rimando storico conservando in pieno i livelli funzionali per cui era stata scelta; anzi se è possibile aumentandone la provocazione.
Così facendo (contrariamente a quanto avvenne allo stesso regista per la messinscena spoletina di Madama Butterfly), la musica non subisce traumi di sorta anzi sostanzialmente rivela più palesi i suoi vertiginosi meccanismi.
Lo spazio scenico conseguente, pur rimanendo sempre chiuso da un andamento a esedra o a centina che ne impediva la frammentazione dei «particolari» visivi, aggregava e discioglieva continuamente una serie di elementi grammaticali che spaziavano dalla citazione diretta di celebri opere d’arte, alla riproduzione di oggetti di consumo o di oggetti corrivi d’arredo spessissimo violentemente fuori dimensione; sovente attraverso grandi schermi televisivi veniva citato un altro spazio spettacolare «oltre» quello della scena e non in lei interferente.
In questo struttura/ambiente in continua mutazione gli eventi si succedevano secondo una continua, accanita dialettica con gli oggetti che ne visualizzavano il senso; ad esempio nel primo quadro del primo atto Tom ha la coscienza della primavera londinese e constata il suo amore per Anne vedendo alla televisione il balletto che ha per argomento Venere e Adone.
Aiutato da una compagnia straordinaria di cantanti-attori, tra i quali spiccava Cecilia Gasdia che forse qui ha dato la sua interpretazione più convincente, Russell riuscì a imbastire uno spettacolo a suo modo esatto, di ritmo calibratissimo e di straordinaria dinamica conducendo con esatto procedere spettacolare l’azione drammatica verso la conclusione allucinante delle due ultime scene, quella del cimitero dove si conclude il patto di Tom e della sua «ombra» Shadow, e quella del manicomio ambedue ambientate nelle sotterranee della Metropolitana di Londra.

Da questa eccezionale regia che ebbe, come spesso accade, scarso successo di critica, Russell ha tratto anche un film televisivo che, purtroppo, non abbiamo avuto modo di conoscere.

Il Maggio Musicale Fiorentino Vol. II – I Grandi Spettacoli
Raffaele Monti, De Luca Editore, Roma, 1986, pp. 179-183.

Alla Pergola «The Rake’s Progress» di Stravinsky, lo spettacolo più atteso di questo Maggio.
Quel libertino di Russell di Leonardo Pinzanti (La Nazione, 21 maggio 1982, p. 3.)

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