Dalla rassegna stampa Cinema

Quel libertino di Russell

Il regista cinematografico e il suo scenografo Derek Jarman hanno trasformato il libretto di Auden e Kallman, spostando la vicenda dal Settecento ai giorni nostri. – Pregi e limiti dell’operazione. – Il gusto della sperimentazione stilistica e del «travestimento». – L’origine della …

45° Maggio Musicale Fiorentino
Teatro della Pergola, Firenze
dal 18 al 30 maggio 1982.

Regia: Ken Russell; musica: Igor Stravinsky; libretto: Wystan Hug Auden e Chester Kallmam; edizione in lingua originale: Edizione Boosey & Hawkes, Londra; maestro concertatore e direttore: Riccardo Chailly (Coro e Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino); maestro del coro: Roberto Gabbiani; pianoforte: Marcello Guerrini; scene e costumi: Derek Jarman; direttore dell’allestimento: Raoul Farolfi; interpreti: Carlo Del Bosco (Truelove), Cecilia Gasdia (Anne Truelove), Gösta Winbergh (Tom Rakewell), Istvan Gati (Nick Shadow), Michael Aspinall (Mother Goose), Robert Porter (il guardiano), John Dobson (Sellem) e Glenys Linos; sostituti: Leo Goeke e Katia Angeloni; produzione filmata anche dalla RAI.

Alla Pergola «The Rake’s Progress» di Stravinsky, lo spettacolo più atteso di questo Maggio.
Quel libertino di Russell
Leonardo Pinzanti

Il regista cinematografico e il suo scenografo Derek Jarman hanno trasformato il libretto di Auden e Kallman, spostando la vicenda dal Settecento ai giorni nostri. – Pregi e limiti dell’operazione. – Il gusto della sperimentazione stilistica e del «travestimento». – L’origine della «favola» ispirata ai quadri di Hogarth.

Sarebbero bastate le sue interviste a dar la fisionomia di quel che sarebbe stata l’interpretazione «scene by scene» di The Rake’s Progress di Stravinsky realizzato alla Pergola di Firenze dal celebrato regista cinematografico Ken Russell e dal suo scenografo e costumista Derek Jarman: pur professando un gran rispetto per la musica in sé (ma non vorremmo ricorrere alla controprova derivante dai suoi dichiarati gusti musicali, che non sono certo fra i più squisiti) Russell lasciava capire al contrario, che il senso poetico dell’opera gli era assolutamente estraneo, altrimenti non avrebbe sentito la necessità di trasformare completamente il libretto di Auden e Kallman e di «attualizzare» la vicenda della Carriera di un libertino spostandola dal Settecento ai nostri giorni, quasi che Stravinsky e i suoi collaboratori non conoscessero i guai della droga, del consumismo, dell’uso disordinato del sesso, della società industriale, e così via. Perché quando Stravinsky scelse di comporre le musiche di questa «favola» che prendeva spunto da una serie di quadri di Hogarth, e di usare il mezzo della parodia dell’opera (parodia, ovviamente, nel senso etimologico e tragico del termine), intendeva in sostanza realizzare un atto di amore e rispecchiare la propria affettuosa nostalgia nei confronti di un «genere». Lo guidava, ovviamente, il gusto – sempre insaziabile in lui – della sperimentazione stilistica, del «travestimento» e del « recupero»; ma proprio per questo aveva scelto l’età ormai favolosa di un lontano Settecento pittorico, intendendo appunto cimentarsi in una parodia che, nel momento in cui fosse diventata una parodia di se stessa (com’è accaduto nell’impostazione di Russell), non avrebbe più avuto motivo di essere, o sarebbe esistita sul piano spettacolare, esattamente nel segno sentimentale opposto a quello che aveva guidato le invenzioni musicali. Ma il costume (o meglio il malcostume) di oggi vuole che il regista abbia, nel teatro l’opera, la facoltà di questi stravolgimenti della musica, e Russell è intervenuto senza mezzi termini: con tutta la professionalità, certo, che gli deriva dal mestiere, ma anche con tutta la sordità musicale che purtroppo non lo fa un caso isolato fra non pochi dei suoi colleghi, anche illustri. Perché, nel caso in questione, parlar di « rock» quando nell’aria si muovono i fantasmi struggenti del trovatore; far seguire alla descrizione musicale di un cimitero (che poi rimanda alla memoria le suggestioni di poetici « orridi campi» che accomunano Verdi e Mozart) lo squallore asettico di una metropolitana; dare giustificazione emotiva, con il governo strumentista in scena, al malinconico ricordo del solo di tromba del Don Pasquale: tutto ciò significa non aver capito la musica di Stravinsky, e in particolare di questo Stravinsky e di The Rake’s Progress.

La bravura, l’efficacia o il cattivo gusto dello spettacolo di Russell, partendo da questi presupposti anti-musicali, non interessano più della futile volgarità dei riferimenti fallici, delle nudità, dei coiti malamente mimati e grotteschi, delle lavatrici e delle motociclette fatte apparire in scena, e insomma di tutti gli ingredienti che hanno punteggiato l’esecuzione, non di rado distraendo dalla antitetica sostanza musicale degli strumenti e delle voci. E il fatto che tutto questo sia venuto dagli interventi di un uomo di spettacolo di non comune capacità (basterebbe la sua intuizione della pazzia come immobilità, nella bellissima scena finale) accresce ancor più il fastidio di questi innesti consumistici (perché ovviamente si parla del Rake’s Progress di Russell, non di quello di … Stravinsky, già morto e sepolto) nel delicato tessuto dell’opera in musica. Tanto da farci auspicare un periodo obbligatorio di astinenza: con le opere in forma di oratorio e i registi a far altri mestieri almeno per qualche anno. Perché se è difficile descrivere il profumo di una rosa, sembra quasi impossibile, da qualche tempo, spiegare a certi registi che cos’è la musica. Peccato, perché per questo Rake’s Progress il « Maggio» ha offerto una scelta eccellente di interpreti musicali, a cominciare dal giovane concertatore Riccardo Chailly, la cui professionalità e le cui doti naturali sono state un punto di riferimento sicuro nella realizzazione dell’impresa: manca ancora a lui (e dispiace di doverlo notare, proprio mentre è sulla cresta dell’onda, e la propaganda lo addita come una sintesi vivente delle qualità di Abbado e Muti messe insieme) quel gusto di partecipazione diretta e di sottolineature succose, specialmente nella calibratura degli spessori timbrici, che rispecchiano, insieme alla sua bravura, anche più sostanziosi stupori di fronte alle meraviglie di una partitura. Ma il suo modo di reggere orchestra e palcoscenico è apparso impeccabile nella sua collaudata funzionalità, favorendo così l’emergere di tutti gli interpreti vocali, fra i quali la ammirevole Cecilia Gasdia ha dato nuova conferma non solo della sua intelligente versatilità, ma anche della molteplice ricchezza dei suoi mezzi vocali. E non meno lodevole, in una parte che richiede anche uno sforzo fisico prolungato e una tensione senza posa, il tenore Gösta Winbergh. A suo modo efficace la snobistica stravaganza della presenza di Michael Aspinall nella parte di Mother Goose; ma non minore è stata la bravura e l’intelligenza di Carlo Del Bosco (Truelove) di Istvan Gati (un Nick Shadow di buona voce), di Robert Porter (il guardiano) e soprattutto di John Dobson, musicalissimo e vivace Sellem.
L’orchestra ha seguito con grande disciplina, e con ottimi interventi solistici la concertazione di Chailly. Da segnalare, un particolare, l’eccellente pianista Marcello Guerrini, che ovviamente non ha l’età per essere scambiato (lo precisiamo per i malintenzionati e gli ignoranti) con il lontano direttore del conservatorio di Firenze, Guido Guerrini, a cui avevamo fatto riferimento nella rievocazione della « prima» di The Rake’s Progress a Venezia. Ma anche il coro ha dato prova di aver assimilato pienamente, insieme con la parte musicale, la complessità dell’intreccio scenico, che faceva si può dire di ognuno un attore.

La Nazione, 21 maggio 1982, p. 3.

Ken Russell: La carriera di un libertino di Raffaele Monti
Il Maggio Musicale Fiorentino Vol. II – I Grandi Spettacoli; R. Monti, De Luca Editore, Roma, 1986, pp. 179-183.

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