Dalla rassegna stampa Cinema

Vito Russo presenta il film "A Very Natural Thing"

Nel 1973 uscì un film, una storia d’amore americana sulla liberazione gay, che doveva, secondo le aspettative, rivaleggiare con Via col vento per importanza e popolarità …

Nel 1973 uscì un film, una storia d’amore americana sulla liberazione gay, che doveva, secondo le aspettative, rivaleggiare con Via col vento per importanza e popolarità, e come buon peso doveva anche risolvere il problema dell’oppressione. Il fallimento dei film lasciò il regista, un pioniere in questo campo, amareggiato e deluso. “A Very Natural Thing” di Christopher Larkin, il primo film su un tema di liberazione gay destinato ad un circuito commerciale, cercava di approfondire alcuni temi sollevati da Rosa von Praunheim. In un comunicato-stampa, Larkin raccontava come era nato il film.
L’idea di un film sui temi delle relazioni e della liberazione gay è nata dalla mia personale reazione, da un lato all’immagine sciocca e ossessionata dal sesso che prevale nei film pornografici gay e dall’altro lato alle caricature meschine e al discredito sui gay e il loro modo di vivere nella stragrande maggioranza dei film commerciali.

Intitolato inizialmente “For As Long As Possible”, il film analizzava una per una le possibilità per una coppia gay all’interno della società, e sollevava un problema, che in definitiva poteva avere solo la risposta marxista di Praunheim: in quale modo due uomini che non accettano le regole della società possono mettere in piedi una relazione che non si basi sui soliti ruoli? “A Very Natural Thing” cerca così di superare il matrimonio, la fedeltà, la monogamia e finisce invece per rafforzarli. Il film, nato per l’impatto del movimento gay su Larkin e sul suo co-autore Joe Coencas, è stato accolto dalla stampa del sistema come una volgare soap opera, ed è stato maltrattato dal movimento di liberazíone gay per il suo romanticismo e la sua mancanza di convinzioni precise.

David (Robert Joel), un ex-seminarista, insegna in una scuola di New York e avvia una relazione monogamica con Mark (Curt Gareth), un assicuratore che passa per eterosessuale. Il loro incontro, il corteggiamento, il matrimonio e la separazione occupano la prima parte del film. Come ha sottolineato anche Larkin, la loro storia d’amore è una lunga e voluta parodia di Love Story: così i due vanno all’Opera, si rotolano nelle foglie autunnali in Central Park, si guardano l’un l’altro mentre si radono il mattino e scimmiottano tutti i cliché dei film eterosessuali su amore e matrimonio. Il rifiuto di Mark di essere posseduto e le fastidiose incertezze di David mettono fine alla relazione.

Nella seconda metà del film, David esplora le alternative a disposizione. Ma il sesso promiscuo nei bagni turchi e le orge sulla Fire Island lo lasciano insoddisfatto e sottolineano la sua solitudine di fondo. In una sequenza girata al raduno dell’orgoglio omosessuale del 1973 nei giardini di Washington Square a New York, David incontra Jason (Bo White), un fotografo divorziato, che lo aiuta a ripensare alla natura delle relazioni gay. Dopo avere stabilito che non ci saranno promesse o aspettative, ma solo un impegno a esplorarsi l’un l’altro, il film finisce con i due che corrono nudi nelle onde a Cape Cod, una sequenza al rallentatore, che ha attirato su di sé gran parte delle critiche rivolte al film. E’ difficile esprimere in modo lirico una relazione aperta, libera dai ruoli, senza suscitare reazioni violente. Ma Larkin lo sapeva e aveva scelto volutamente una scena d’amore per finire il film.

Troppe persone, eterossessuali e omosessuali, considerano le relazioni gay come parodie tristi, effimere e sadomasochiste del matrimonio eterosessuale o comunque come relazioni che provocano l’infelicità delle due parti in causa. Questo non è vero. lo volevo dire solo che le relazioni fra persone dello stesso sesso non sono più facili, ma nemmeno più problematiche rispetto a qualsiasi altra relazione umana. In particolare rispetto alle relazioni eterosessuali, sono sotto molti aspetti simili e sotto molti altri aspetti diverse. Ma non sono meno possibili o meno valide.

L’insistenza di Larkin nel lanciare il suo messaggio in termini così inguaribilmente romantici provocò le ire delle persone che dicevano esattamente le stesse cose sul fronte politico.

Il film non era commerciale e neppure pornografico e per questo ebbe grossi problemi di pubblicità e di distribuzione. Il suo impatto fu quindi piuttosto scarso, anche se lo si proietta ancora oggi, nelle rassegne cinematografiche sull’omosessualità, come un film di rottura. Il “Post” di New York lo definì “una conferenza più che uno spettacolo” e Judith Christ scrisse: “Se il movimento gay vuole la sua mediocre predica cinematografica, eccola qui”.

Per i critici che lo attaccarono. il film era moraleggiante, perché inseriva i personaggi gay in un contesto romantico. In un’intervista sulla rivista “Christopher Streeet”, Debbie Reynolds suggerì al suo pubblico gay di non dimenticare per chi erano fatti in realtà i film.

INTERVISTATORE: I gay non si sono mai sentiti davvero rappresentati sullo schermo, perché tutta la gente nei film deve essere eterosessuale. E’ come se noi non esistessimo.

REYNOLDS: E’t vero, ma penso che dobbiate rendervi conto che la maggioranza delle persone non sono gay e che questo è il pubblico di massa. Se sei un produttore, e vuoi fare un film per ricavarne dei soldi, cerchi di attirare il pubblico normale, o eterosessuale. A meno che il produttore non abbia un film davvero splendido, una storia intelligente e toccante. Ma non l’hanno ancora fatto un film così, vero?

Vito Russo (Lo schermo velato)

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