Terence Davies

Terence Davies
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  • Data di nascita10/11/1945
  • Luogo di nascitaLiverpool/UK

Terence Davies

Regista e sceneggiatore inglese, la cui opera prima “The Terence Davies Trilogy”, raccolta dei suoi primi tre corti in bianco e nero ‘Children (1976), ‘Madonna and child’ (1980) e ‘Death and trasfigutation’(1983), è considerata uno dei capolavori del cinema inglese e GLBT. Pur essendo egli considerato uno dei più importanti registi inglesi, Terence Davies ha trascorso gran parte della sua vita in una crociata per riuscire a realizzare i suoi film: in 25 anni oltre ai corti, solo quattro lungometraggi ed un documentario. Questo anche a causa del suo rifiuto di accettare qualsiasi compromesso e delle sue prese di posizione critiche verso la Chiesa Cattolica, la Casa Reale inglese, i governi conservatori ed il cinema di Hollywood.
Praticamente tutta la sua opera contiene riferimenti autobiografici legati ai ricordi della propria giovinezza, periodo che egli considera la sua età dell’oro ed al ricordo di sua madre, alla quale era molto legato, la cui malattia e morte segnerà per sempre la vita del regista.
Davis nasce il 10 novembre 1945 in una famiglia della classe operaia cattolica di Liverpool, ultimo di dieci figli (tre dei quali non raggiunsero l’età adulta). Il padre, che si guadagnava da vivere con umili lavori come spazzacamino e venditore di mele cotte e di legna, sottoponeva la madre ed i fratelli maggiori di Davies a continue violenze fisiche e psicologiche. Quando Terence ha sei anni il padre muore dopo una lunga malattia. Superato il lutto, per Terence inizia un periodo di grande serenità, nonostante le difficoltà economiche della sua famiglia e l’infelice esperienza della scuola dell’obbligo. Come egli ha descritto in ‘Children’ e ne “Il lungo giorno finisce” egli studiò in tetre scuole cattoliche con insegnanti maneschi e compagni di scuola bulli, sempre pronti a picchiare il compagno più debole e a dargli del finocchio.
Davies ricorderà più volte nei suoi film la sua prima casa, la strada dove giocava, i momenti passati ad ascoltare la radio ed a cantare le canzonette in voga e i primi film e musical visti al cinema con i fratelli.
Verso gli 11 anni questo periodo di innocente serenità si interrompe, quando egli inizia a percepire la sua diversità rispetto agli altri ragazzi, e soprattutto quando arrivano le prime tempeste ormonali (“un’emozione violenta che mi ha fatto precipitare nell’orrore…”), che Davies descrive in ‘Children’ con la vista di un ragazzo più grande che si lava davanti a lui in piscina, mentre ne “Il lungo giorno finisce” è l’apparizione di un operaio a petto nudo su di una impalcatura che gli sorride mentre lui lo osserva furtivo dalla finestra di casa, infine in “Of Time and The City” è semplicemente la mano di un amico sulla sua spalla, che egli non avrebbe mai voluto fosse tolta.
A quindici anni Davies lascia senza rimpianti la scuola dell’obbligo e inizia a lavorare in un ufficio di spedizioni. Per i successivi dodici anni egli lavora come contabile, trovando il suo lavoro noioso e alienante. Intanto però legge una gran quantità di libri, riviste teatrali e vede film. La sua vita cambia quando inizia a studiare scuola di recitazione a scrivere soggetti. Nel 1972 gli si presenta finalmente l’opportunità di abbandonare Liverpool, quando viene ammesso alla scuola di arte drammatica di Coventry. A Coventry scrive il suo primo soggetto, “Children”, che per un colpo di fortuna riesce a presentare al British Film Institute (BFI) Production Board, ottenendo 8500 sterline per la realizzazione del film. Cosa che avviene durante le sue vacanze estive del 1976. Anche quell’esperienza non fu del tutto positiva, in quanto lo staff che gli era stato assegnato insieme al denaro, gli faceva continuamente pesare la sua mancanza di preparazione tecnica. Nel 1983 anche grazie al buon successo di critica di ‘Children’ (premiato al Festival di Chicago) Davis viene ammesso alla National Film School a Londra, dove scrive e dirige la seconda parte della trilogia “Madonna and child”. La terza parte ‘Death and Trasfiguration’ fu girata grazie ai fondi del Great London Art Association dopo che Davies aveva già lasciato la scuola Nazionale di cinema. Il grande successo della Trilogia attira su Davies l’attenzione della critica e del pubblico. Il protagonista della Trilogia, Robert Tucker, altri non è che il regista stesso. Nel terzo episodio il protagonista muore anziano e malato. Davis ha spiegato che si trattava di una sua previsione di ciò che allora temeva per il proprio futuro.
Nel 1984 Davies pubblica un romanzo, “Hallelujah Now”, che affronta gli stessi temi autobiografici presenti nella trilogia.

Temi ripresi anche nei due primi lungometraggi: ‘Voci lontane… sempre presenti’ (Distant Voices, Still Lives) (1988), e “Il lungo giorno finisce” The Long Day Closes (1992), film nei quali Davies raggiunge la sua maturità stilistica, perdendo però parte della spontaneità e sincerità della sua opera prima.
‘Voci lontane… sempre presenti’ racconta la vita di una famiglia della classe operaia nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta a Liverpool, prima e dopo la morte del padre tirannico. Il film considerato da molti il suo capolavoro ha vinto numerosi premi, tra cui il Premio della Critica Internazionale del Festival di Cannes e il Pardo d’oro a Locarno.
Il film successivo, “Il lungo giorno finisce” si concentra maggiormente sullo stretto legame tra il figlio minore in una famiglia numerosa e sua madre.
In entrambi i film la musica, in questo caso popolare, svolge un ruolo di primo piano, spesso sostituendosi ai dialoghi. Davies ha sempre dato molto spazio alla musica, quella tradizionale inglese in voga nella sua giovinezza e quella classica (Shostakovich, Webern, Debussy..,) amata sin da ragazzo, mentre egli ha più volte mostrato antipatia per la musica dei giorni nostri, a partire da quella dei suoi illustri concittadini i Beatles, dei quali in ‘Of time and the city’ dice solo sprezzantemente “yeah yeah yeah”.
I due film successivi non sono più autobiografici, ma adattamenti di romanzi americani: ‘Serenata alla luna’ (“ The Neon Bible”) del 1995 e ”La casa della gioia”( “The House of Mirth”) del 2000. Entrambi film ben fatti, ma per molti non al livello dei precedenti che hanno creato la sua fama.
“Serenata alla luna” adattamento del romanzo di John Kennedy Toole, scritto a sedici anni, ma pubblicato solo nel 1989, una ventina di anni dopo il suicidio dell’autore, è una storia è ambientata durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale in Georgia, uno stato americano allora dominato da razzismo e fanatismo religioso. Il protagonista è un giovane sensibile appartenente ad una famiglia contadina, con un padre violento, una madre dolce ma psicologicamente fragile, ed una affascinante zia ex cantante. Ancora una volta la storia è narrata dal punto di vista dei ricordi un bambino. Anche se questo è il primo film non autobiografico di Davis, sono evidenti le similitudini con la sua vita. Il film, che pure aveva i suoi pregi, non ebbe successo e Davies stesso ne parlò in seguito assai male.
Il film successivo “La casa della gioia”, adattamento da un romanzo di Edith Wharton, impegnò Davies per ben cinque anni. Ambientato a New York di inizio ‘900, esplora la lotta impari della protagonista Lily contro l’oppressione di una società dominata da avidità e ipocrisia. Pur essendo il film più distante dall’ossessione di Davies per i ricordi della sua infanzia, è anche qui possibile rintracciare un qualche elemento autobiografico. In una intervista Davis ha dichiarato “Mi sento un outsider e quindi vicino a Lily” . Condizione di ‘diverso’ che Davis ha dovuto sperimentare sulla sua pelle dalla scoperta della propria omosessualità.
Il fallimento commerciale di “La casa della gioia”, dopo i deludenti risultati del film precedente, fece scomparire per anni Davis dalla scena cinematografica britannica. Un altro film, ‘Sunset Song’, basato sul romanzo dell’autore scozzese Lewis Grassic Gibbon, in produzione nel 2004, non verrà mai ultimato, dopo che anche BBC, Channel 4, and the UK Film Council rifiutarono di finanziarlo.

Dopo otto anni, segnati da depressione e da problemi insormontabili nel reperire finanziamenti, Davies presenta finalmente la sua successiva opera ‘Of Time and the City’(2008), un documentario a basso budget (finanziato dalla Commissione per la celebrazione di Liverpool come capitale europea della cultura nel 2008), in cui Davies mette a confronto la Liverpool che conosceva tra il 1945 e il 1973 con quella di oggi, utilizzando materiale di archivio, musica popolare e la sua stessa voce narrante, nel suo ruolo di cittadino di Liverpool. Le immagini dei giorni nostri hanno qui lo scopo di mostrare il declino della vita cittadina dopo le distruzioni dei vecchi quartieri operai per fare spazio a anonimi e desolati palazzoni. Ancora una volta risulta evidente l’antipatia profonda di Davies per i tempi moderni. Il film presentato con successo al Festival di Cannes nel 2008, ha fornito a Davis l’occasione di una spettacolare rimonta di popolarità.

Davis ha anche prodotto alcuni lavori per la radio tra cui “A Walk To The Paradise Gardens”,per la BBC nel 2001 e un adattamento di “The Waves” di Virginia Woolf” per la BBC nel 2007.

Davies ha lasciato Liverpool nel 1973 facendovi raramente ritorno. Dopo aver vissuto a Londra in un appartamento nel quartiere Chelsea, ora vive prevalentemente in una villetta vicino al mare nel villaggio di Mistley in Essex.

Mettendo assieme numerose dichiarazioni fatte da Terence Davies nel corso degli anni, non si può certo dire che egli sia un paladino della lotta per i diritti degli omosessuali: Non sono affatto contento di essere gay, non provo alcun orgoglio omosessuale. Ritengo una disgrazia essere fuori dalla norma, un peso che ha condizionato tutta la mia vita”. In “Madonna and Child” egli ci descrive la propria omosessualità come associata a solitudine, sensi di colpa, sesso promiscuo e di tipo sado-masochista. Davies racconta che quando nel 1960 uscì “Victim”, egli sentì pronunciare per la prima volta in un film la parola omosessuale: “ Il protagonista disse ‘Sono omosessuale’, e mi ricordo di aver pensato:’E lo sono anch’io’. Ero terrorizzato. La vita di molte persone è stata rovinata da quella parola.”.
Sino ai 21 anni Davies sperava di trovare nella religione un sollievo e delle risposte al disorientamento causato dalle sue pulsioni omosessuali, invece la religione non fece che peggiorare le cose aumentando i suoi sensi di colpa, cosicché ad un certo punto Davies mise la fede da parte.
Tra le cause del suo scarso entusiasmo per la propria omosessualità Davis cita: “perché (a) essere gay fino al 1967 era contro la legge e (b) non ero attraente”. In un’intervista Davies ci racconta un episodio rivelatore accaduto dopo una proiezione della sua Trilogia al festival di San Francisco.
Quando uno spettatore mise in dubbio che ci potesse essere tutta quella sofferenza legata all’essere gay, Davies con rabbia gli rispose: ‘Come osi dire questo. Tu non sei inglese. Non sei nato in una famiglia povera e numerosa di una città industriale del nord dell’Inghilterra. E poi sei molto bello. Di sicuro gli altri fanno la fila per te. Ma hai mai pensato cosa vuol dire quando non hai un bel corpo? Cosa puoi fare ? Ti compri delle riviste, te ne resti a casa, o cammini su e giù per le vie del quartiere gay facendo spese, cruising e mangiando. E’ questa vita?”. “Perciò non mi piace il mondo gay. Lo trovo superficiale. Va bene se hai un bell’aspetto, ma se non ce l’hai …”.
Per tutto questo Davies ha deciso ad un certo punto che il suo lavoro nel cinema sarebbe stato tutta la sua vita, la sua ragion d’essere:“ a causa della mia disperazione ho deciso di fare qualcosa. Ho pensato: non posso continuare in una vita che trovo esteticamente offensiva”.
Ha scelto cosi di conservare tutta la sua energia emotiva per i suoi film, appoggiandosi ad un numeroso circolo di amici per cercare di tenere lontana la solitudine. (R. Mariella)

Terence Davies è presente in queste opere:

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