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«Museveni non ci dà la pena di morte per i gay? Allora facciamo da soli». Ed ecco che il pastore anglicano Martin Ssempa, storico "attivista" di campagne d'odio contro i gay, è entrato in azione nella capitale ugandese. La settimana scorsa ha chiamato a raccolta nella chiesa del quartiere di Makerere a Kampala il suo "gregge" di circa 300 anime per mostrare loro le prove «dell'abominio dell'omossessualità»: un video pedo-pornografico. Non solo. Il 15 febbraio ha portato in piazza qualche migliaio di persone a Jinja, dove ha organizzato una marcia-anti gay, non facendosi scrupolo di appellarsi anche a gang criminali locali, utili, all'occorrenza per la caccia all'uomo. «Morte ai gay» gridava la folla, accecata da bigottismo coltivato nell'ignoranza. Il sentimento anti-gay è una faccenda nazionale in questo paese dell'Africa orientale, non certo legata alla singola figura di Martin Ssempa. L'omossessualità è un reato punibile con condanne a ingenti risarcimenti pecuniarie e anche l'ergastolo. Ma in Uganda si invoca la pena di morte. Il parlamentare di maggioranza David Bahati ha pesentato un disegno di legge, che ha suscitato sdegno a livello internazionale, ma consenso in casa, che prevede la pena capitale per il reato di «omosessualità aggravata». Una misura, sostiene Bahati, che ha lo scopo di «proteggere la famiglia tradizionale e combattere la diffusione dell'Hiv». La norma è in discussione entro fine mese al parlamento ugandese, ma, a differenza di quanto si aspetta gente come il pastore Ssempa, molto probabilmente non passerà. Non perché il parlamento ugandese non l'avrebbe votata, ma per la levata di scudi dei donors internazionali, Stati Uniti ed Unione Europea in testa, che hanno detto chiaro e tondo al Presidente Yowey Museveni che quella legge, in base all'Abc dei diritti umani, non può passare. In Uganda, in quanto a sentimenti omofobici, il pesce puzza dalla testa. Nel 1988, l'eterno Museveni, al potere da oltre 30 anni, disse durante un discorso: «Quando sono stato in America ho visto una parata con 300mila omosessuali. Se qui ne vedo uno di 20 lo faccio disperdere». Parlava gonfio d'orgoglio nazionale. I gay ugandesi stanno raccogliendo firme per bloccare la legge sulla pena di morte per il reato di omosessualità. Dai loro blog e parlando alla stampa, chiedono aiuto alla comunità internazionale. Noma Pakade, dell'organizzazione per la difesa dei diritti umani "Behind the mask", denuncia quotidianamente la diffusione nel paese di odio e pregiudizio anti-gay, legittimati dalla religione. Andrew Waiswa, dell'organizzazione Rainbow Uganda, ha messo su Facebook un filmato della manifestazione omofobica a Jinja, località altrimenti nota ai turisti che vanno in Uganda per il rafting sul Nilo, lanciando una disperata richiesta di aiuto. «Dovunque siate vi preghiamo di fare tutto il possibile, a livello locale e internazionale, per fermare questa campagna d'odio. Un odio che non riguarda solo l'Uganda ed il movimento Lgbti (lesbian, gay, bisexual, transgender, intersex)». Per ora, in quanto ad appoggio concreto, oltre alle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, i gay ugandesi hanno trovato il sostegno della Unitarian Universalist Church of Kampala, una delle poche organizzazioni religiose nel paese che ha dato vita, in chiesa, a campagne di contro-informazione per esporre le discriminazioni cui sono sottoposti i gay in Uganda. Come la mettono ora, in termini di azione, paesi europei come il Regno Unito o gli Stati Uniti, ottimi alleati del Presidente Museveni, che considera l'omosessualità come un comportamento «non africano»?
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