18/06/2006 - Il Manifesto - Orsola Casagrande
Tutti in trans
Un Gay pride per 150 mila - «No Vatican, no Taleban». A Torino sfilano in 150.000 per il Gay Pride. Una manifestazione applaudita dalla città, e un banco di prova per l'Unione. Al corteo si uniscono i ministri Ferrero e Pollastrini. La titolare delle pari opportunità vuole dare «un messaggio di coesione», ma viene bacchettata da Prodi per aver preso posizione sulle unioni


Un Gay pride per 150 mila
«Uguali diritti, se non ora quando?». La sfilata dell'«orgoglio gay» è un promemoria per l'Unione. In corteo i ministri Ferrero e Pollastrini, Pannella e Mercedes Bresso. Grande accoglienza dei torinesi, che scendono in piazza

Torino
Let's Pride! Invito raccolto: ieri a Torino hanno sfilato coloratissime e rumorosissime oltre 150 mila persone. Il Pride 2006 è stato un successo di adesioni. A Porta Susa l'atmosfera che si respira è festosa. E del resto il Pride è un trionfo di colori. Nel grigio di una città che non ha perso occasione per mostrare (almeno a livello di istituzioni) i suoi lati più «bacchettoni», i colori risaltano ancora di più. Il rosa naturalmente trionfa, ma anche il giallo, il rosso, il verde, il fucsia. In un armonico serpentone chiassoso. I carri sono stati addobbati per bene. Il chiasso simpatico e allegro regna sovrano. In mezzo al corteo si riconoscono Vladimir Luxuria, parlamentare di Rifondazione. E proprio il partito di Franco Giordano partecipa a questo Pride con un nutrito contingente di nomi noti e meno noti. Ci sono il governatore della Puglia Niki Vendola, e ci sono i tanti consiglieri comunali e regionali del partito. Ci sono le deputate Marilde Provera e Titti de Simone. E anche una fetta di governo, con i ministri Paolo Ferrero e Barbara Pollastrini, che proprio il giorno prima aveva scatenato le polemiche dei cattolici del centrosinistra con una lettera agli organizzatori del Pride in cui parlava di «unioni civili» come da programma dell'Unione. La ministra per le Pari opportunità ha rimarcato che le «regole miti e sagge» devono essere trovate «cercando una larga condivisione in parlamento». Ma le regole ci vogliono «perché le coppie di fatto, omosessuali e non, possano avere quei diritti e quei doveri che fanno stare bene». Sarà difficile trovare una «larga condivisione» se è vero che ieri esponenti del centrodestra non si sono fatti problemi a bollare la manifestazione come «anormale» (Gianluca Galletti, Udc).
Gli striscioni sono centinaia e raccontano di viaggi fatti da tutta Italia per arrivare a Torino. C'è l'Arcigay di Napoli che ha organizzato pullman, ci sono pullman da Bologna, e mini cortei da Milano, Roma, la Calabria, la Sicilia. Per gli organizzatori torinesi un successo, che premia il duro lavoro e in qualche modo cancella le stupide e bigotte polemiche dei mesi scorsi: è soprattutto la gente che saluta festosa il corteo mentre scivola per le strade. Anche se vale la pena in realtà tenerle sempre a mente quelle polemiche. A partire dall'uscita dell'ex vice sindaco (in quota Margherita) che in campagna elettorale non aveva trovato di meglio da fare che dire che a lui l'idea di un Pride a Torino proprio non piaceva. Il sindaco riconfermato Sergio Chiamparino, dopo un lungo e imbarazzante (per lui) silenzio, aveva riconfermato non solo il patrocinio del comune alla manifestazione ma anche il percorso del corteo. Poi però, a quattro giorni dalla sfilata, ha deciso di non parteciparvi, dicendo che non si sarebbe sentito a suo agio. Ieri, in qualche modo, ha dato la sua benedizione alla manifestazione, ma da lontano: «Ho appreso che tutto si è svolto in un bel clima di festa, rispettando la sensibilità di tutti. Questo è un successo degli organizzatori e di tutta la città», specificando che «la città era rappresentata da un buon numero di assessori e di consiglieri comunali».
Il corteo è stato aperto da uno striscione che pone una domanda al nuovo governo. «Uguali diritti: se non ora, quando?» Quindi la banda musicale e poi i carri. Una ventina. C'era quello della «visibilità lesbica», dodici metri. E poi decine di associazioni. Dalle mamme dell'Agedo, l'associazione genitori di omosessuali e le famiglie arcobaleno. E poi le famiglie di san Salvario, associazione cristiana. Tra gli spezzoni caratterizzati da canti e balli spicca lo striscione di Amnesty international. La sezione italiana ha aderito anche quest'anno alle manifestazioni organizzate a livello nazionale dal Pride e alla sfilata. «Libere e liberi di essere», questo lo slogan scelto da Amnesty perché, come ricorda il presidente della sezione italiana, Paolo Pobbiati, «l'orientamento sessuale e l'identità di genere fanno parte dei caratteri fondamentali dell'identità umana». No-Vat è invece lo striscione del gruppo torinese «Facciamo breccia», dove il Vat sta evidentemente per Vaticano. Sulla stessa lunghezza d'onda anche gli striscioni della Rosa nel pugno «no taliban, no vatican».
Abbastanza inquietante la presenza di militanti di Forza nuova, che hanno tenuto una contromanifestazione in una zona lontana dal Pride. Il segretario dei neofascisti Roberto Fiore è intervenuto per dire che il Pride attacca i diritti della famiglia tradizionale.
Gli appuntamenti del Pride 2006 non finiscono con la sfilata di ieri. Infatti già oggi ci sarà un convegno sulla storia lesbica con la storica Lillian Federman. E poi eventi durante l'estate e in autunno. Su tutti, il concerto al teatro Regio del coro gay di Londra e poi il recital di Milva.



Torino
E oggi tocca alle lesbiche
O.C.
Il Pride non si esaurisce con la sfilata di ieri. Già oggi, superata la notte bianca, si torna al lavoro. Alle 10.30 al teatro Vittoria si apre infatti il convegno promosso da Les4Pride - Forum Lesbiche di Torino dedicato a Lillian Faderman, storica, saggista, scrittrice dell'università di Fresno in California. «Siamo particolarmente felici - dice Roberta Padovano, portavoce del Pride - di ospitare Lillian Faderman, anche perché stiamo lavorando a Torino alla raccolta della memoria del movimento femminista e lesbico». Lillian Faderman è una bella signora che dirige da oltre trent'anni il dipartimento di inglese dell'università di Fresno, in California. «Minuta ed elegante - dice Padovano introducendo la studiosa - sfodera un femminilissimo sorriso tra accogliente ed enigmatico e fissa l'interlocutore con lucido sguardo da scienziata. Ma non ci si lasci ingannare dall'aspetto dell'accademica in tailleur: Faderman è una pioniera, una ribelle, un'avventuriera».
In effetti la sua vita è tutt'altro che convenzionale. L'ha raccontata lei stessa nella sua autobiografia: figlia illegittima di un'immigrata ebrea proveniente dalla Lettonia, superstite di una famiglia sterminata dai nazisti, la piccola Lillian visse un'infanzia di povertà nell'immediato dopoguerra, sognando Hollywood. Come Bette Davis, voleva diventare una star del cinema per offrire a sua madre la mela d'oro, il sogno americano. «Precoce e brillante - recitano le note per il convegno - a 12 anni si iscrisse a una scuola di recitazione, a quindici si fece rifare il naso, troppo ebraico per una futura diva, con i soldi ricavati posando nuda come pin-up, all'insaputa della mamma e della zia. Nel frattempo scopriva il mondo sommerso e pericoloso dei bar gay, in cui si muovevano donne androgine e seducenti, toste come gli uomini e a volte altrettanto dure con le loro amanti. Nel bosco di Los Angeles incontrò non uno ma molti lupi, ma essendo più intelligente di Cappuccetto Rosso riuscì sempre a farla franca. E ne venne fuori, proprio come le pioniere di cui si occupa il suo lavoro storico, grazie al suo cervello: riprese gli studi e divenne la stimata Professor Faderman di oggi. Che non è diventata rettore soltanto perché a un certo punto ha deciso di farsi un figlio da sola e allevarlo con la sua compagna, e poi di riscattare dalla disinformazione e dal silenzio le vite delle donne che prima di lei avevano amato altre donne». Diversi i suoi lavori, qualcosa è stato anche tradotto in italiano. La sua ricerca comincia nel 1981 con la pubblicazione di «Surpassing the love of man», documentata storia dell'amicizia romantica tra donne dal Rinascimento ai giorni nostri, in cui Faderman ripercorre e porta alla luce capitoli dimenticati o ignorati della storia lesbica. In «Odd girls and twilight lovers» l'autrice si sofferma in particolare sulla scena lesbica negli Usa dai primi decenni del Novecento fino al femminismo, e nella fondamentale antologia «Chloe plus Olivia» esamina i diversi filoni della letteratura (apertamente o cripticamente) lesbica anglosassone degli ultimi quattro secoli. In «To believe in women» traccia invece alcuni profili di lesbiche che si sono distinte nella vita pubblica americana nel '900, dalle suffragiste alle pioniere dell'educazione.

A Mosca discriminazioni da destra e da sinistra
«Contro di noi fascisti e comunisti»
Parla Nikolai Alekseev, attivista in Russia. Dove perfino i «rossi» chiedono il carcere per i «diversi»
Gianni Rossi Barilli
Torino
Nikolai Alekseev ha 28 anni, la grinta e l'entusiasmo del vero leader. E' il coordinatore del sito Gay Russia.ru e ha organizzato alla fine di maggio, insieme a un piccolo gruppo di altri militanti, il primo pride glbt della storia russa, che si è potuto svolgere solo a metà perché la marcia nel centro di Mosca è stata vietata dalle autorità e fisicamente impedita dagli estremisti nazionalisti e ultrareligiosi accorsi in massa per contromanifestare. Alekseev è venuto in questi giorni in Italia per partecipare al pride di Torino, nel cui ambito è stato presentato un video realizzato da due studenti torinesi sul pride moscovita di quest'anno.
Che bilancio fai dell'esperienza del pride a Mosca?
Molto positivo. Avevamo programmato l'evento con grande anticipo, annunciandolo già dallo scorso luglio. Prevedevamo la marcia, una conferenza internazionale sui diritti umani per la giornata mondiale per la lotta contro l'omofobia e un concerto del cantante francese Desireless in un locale. Alla fine l'unica cosa che non siamo riusciti a realizzare è il concerto. I proprietari del locale ci hanno ripensato all'ultimo momento.
Anche la marcia per le strade di Mosca, però, non si è potuta veramente svolgere...
Era stata vietata dal sindaco. Ma noi siamo scesi in piazza lo stesso. Il vero problema è che ci siamo ritrovati in mezzo a ogni genere di estremisti religiosi e fascisti che manifestavano contro di noi. Gente con i ritratti dello zar Nicola II, con le icone e le croci, fascisti e nazionalisti di tutti i tipi. C'erano pure i giovani comunisti russi, ma con noi in compenso c'era una delegazione del partito comunista francese. Del resto i comunisti russi hanno votato perfino per ricriminalizzare l'omosessualità in parlamento...
Comunque credo che possiamo essere molto soddisfatti di quello che siamo riusciti a fare, visto che il corteo era stato dichiarato illegale. Molti di noi sono stati fermati dalla polizia e anch'io sono stato arrestato per cinque ore, anche se non avevo fatto niente. La cosa più sgradevole è che i poliziotti hanno arrestato insieme a noi anche alcuni militanti estremisti e li hanno portati nei vari commissariati mettendoli nelle stesse stanze dove ci trovavamo noi, in modo che potessero continuare a insultarci. Eugenia Debrianskaya, una delle dirigenti del nostro movimento, mi ha raccontato di aver parlato con loro e che il loro solo argomento era dire che i gay stuprano i bambini. Bisogna dire però che hanno organizzato molto bene la contromanifestazione, facendo arrivare gente anche da fuori Mosca. Il revanscismo nazionalista è un pericolo reale e un fenomeno in crescita, anche se io penso che ormai sia vicino al suo massimo. La questione più preoccupante è che il potere politico lo appoggia.
Che programmi avete dopo questa esperienza?
Dobbiamo fare tesoro della lezione imparata quest'anno. Poi speriamo che prima del pride del 2007, che abbiamo tutte le intenzioni di organizzare, caccino il sindaco Luzhkov. A Putin non piace ed è un politico populista molto potente. Non credo che lo vogliano mettere in condizione di poter influire sulle prossime elezioni presidenziali. Per l'anno prossimo vogliamo preparare qualcosa di spettacolare, sperando di avere finalmente l'autorizzazione a manifestare.
Come siete stati trattati dai media russi?
Volevamo attrarre la loro attenzione. E ci siamo riusciti. Nei giorni che hanno preceduto e seguito il pride i media russi hanno parlato dell'omosessualità come mai era successo prima. Molti resoconti giornalistici, inoltre, erano neutri o persino positivi nei nostri confronti. Alcuni in modo sorprendente. Anche in televisione sono andati in onda molti resoconti sul pride e sulla vita gay in Russia. Io sono stato invitato al principale talk show televisivo della Russia, insieme a una deputata ex comunista (oggi indipendente) che era contro il pride.
La società russa è omofobica?
Non so. Secondo i sondaggi sì, ma io penso che la gente non sappia davvero cosa sia un gay pride. E le autorità hanno fatto di tutto perché continuassero a non capire. Comunque, un anno fa le inchieste d'opinione indicavano che la maggioranza dei russi era a favore della ricriminalizzazione dell'omosessualità. Quest'anno, rispondendo alla stessa domanda, la maggioranza si è dichiarata contro. Oggi però, più che di questo, ci si chiede se il pride sia o meno un diritto umano.
Perché le autorità sono così omofobe?
Perché non vogliono cambiare niente e perché hanno bisogno di nemici da additare alla popolazione e alla chiesa ortodossa. Dopo settant'ani di oppressione hanno capito che possono essere loro a opprimere qualcun altro.
Qual è la forza reale del movimento glbt russo?
Non esiste un grande movimento, così come non esiste una vera e propria comunità gay in Russia. Ci sono locali per omosessuali a Mosca e San Pietroburgo e basta. I proprietari di queste strutture, dopo la decriminalizzazione dell'omosessualità nel 1993, avevano stabilito un tacito accordo con le autorità. Erano liberi di fare i loro affari a patto di non disturbare e di non fare politica per i diritti gay. Noi quest'anno abbiamo rotto questo tacito accordo ecercato di organizzare un evento pubblico in poche decine di persone.

Il ministro
«Regole miti e condivise»
«Penso davvero a una legislazione con regole miti, sagge e largamente condivise». Così il ministro per le pari opportunità Barbara Pollastrini. «Insisto sulla mitezza e la larga condivisione da parte del Parlamento, sono necessarie regole che nascano da un dialogo il più ampio e profondo possibile», ha precisato dopo le polemiche scatenate dalla lettera con cui annunciava la sua adesione alla manifestazione. «Il governo di cui faccio parte - ha detto ancora - ha un programma, e in questo programma voglio essere parte di un gioco di squadra che possa aiutare a trovare soluzioni condivise dalla più larga parte possibile di cittadini».


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