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14/05/2013 - La Repubblica - ORIANA LISO
Un altro passo verso le nozze gay - Milano riconosce le prime “nozze” gay
La “civil partnership” contratta a Londra da una coppia milanese iscritta al Registro per ordine del giudice

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NEL 2010 hanno firmato a Londra una civil partnership: non ancora un matrimonio gay, ma qualcosa di molto simile. Ora la coppia milanese ha ottenuto dal Tribunale che l’atto venga trascritto nel Registro delle unioni civili di Milano, in accordo con la giunta. L’avvocato: «Continueremo la battaglia, questo caso crea un precedente per il riconoscimento dei diritti, dall’adozione all’eredità, dei gay».

Un altro passo verso le nozze gay

Ok del tribunale, sarà riconosciuta a Milano una unione firmata a Londra

LA TRASCRIZIONE è il primo passo. Ma il passaggio successivo potrebbe diventare un precedente importante nel riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali. Una coppia milanese ha contratto il 5 giugno 2010 a Londra una civil partnership, che riconosce alle persone dello stesso sesso un vincolo simile — anche se non ancora equiparato — al matrimonio: permette, per esempio, l’adozione (è il caso del cantante Elton John) e riconosce i diritti del partner in caso di pensione o eredità. Questo atto, per la prima volta in Italia, è stato trascritto in un registro nazionale, ovvero in quello delle unioni civili che il Comune di Milano ha istituito nell’estate del 2012. A stabilirlo, pochi giorni fa, una sentenza del tribunale civile, che ha accolto la richiesta di Cristian, 39 anni, ricercatore biologico in una ditta farmaceutica, e di Federico, 31 anni, che lavora in una società che sviluppa software, grazie alla disponibilità di Palazzo Marino che, con una apposita determinazione dirigenziale, ha accettato di fare quello che l’anagrafe italiana aveva rifiutato: riconoscere il vincolo giuridico tra i due ragazzi, anche se avvenuto all’estero.
A rappresentare la coppia, nella causa discussa davanti alla IX sezione civile, gli avvocati Marilisa D’Amico e Massimo Clara. Spiega D’Amico, che è anche consigliere comunale del Pd: «La giunta Pisapia e il Comune di Milano sono sensibili ai diritti delle coppie omosessuali e, da subito, hanno accolto la possibilità di trascrivere l’atto inglese: questo è un passo avanti importantissimo, in attesa della sospirata legge nazionale sulle unioni civili». Di fatto, quindi, dopo aver tentato la strada del riconoscimento da parte dello Stato del loro legame — che in Gran Bretagna è possibile dal 2005 — la coppia ha fatto ricorso, ed è allora che il Comune ha deciso di fare l’unica cosa nelle sue possibilità: la trascrizione di un atto che, come si precisa nella determina, «non appare produrre alcun effetto contrario all’ordine pubblico », e quindi ha valore anche in Italia.
Il prossimo passo, però, potrebbe essere ben più sostanziale. Perché al momento il riconoscimento del documento inglese non porta automaticamente con sé il riconoscimento dei diritti riconosciuti ai civil partners in Inghilterra (dove è in via di approvazione la legge sul matrimonio gay, proposta dal conservatore Cameron) e che in Italia sono scritti solo nelle proposte di legge che ancora aspettano in Parlamento. Ma quella trascrizione potrebbe diventare una sorta di “grimaldello”. Spiega ancora D’Amico: «Se decidessimo di chiedere il riconoscimento di precisi diritti che, oggi, in Italia valgono solo per le coppie sposate e eterosessuali, potremmo mettere sul tavolo, come precedente che faccia giurisprudenza, proprio quella trascrizione accolta dal tribunale di Milano».

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L’iniziativa legale di Cristian e Federico

“Noi ci sentiamo sposati servirà ad altre coppie”

«QUANDO abbiamo deciso di sposarci, nel 2010, abbiamo portato con noi a Londra 70 persone, tra parenti e amici. Speriamo presto di poter ripetere la festa in Italia». Federico, perché ha deciso con Cristian di firmare la civil partnership e perché, poi, ne avete chiesto la trascrizione?
«Quando ci siamo sposati — perché noi ci sentiamo sposati a tutti gli effetti — stavamo assieme da cinque anni. In Italia non c’era alcuna possibilità di rendere ufficiale il nostro rapporto: così abbiamo scelto Londra, che è una città che amiamo e dove per questo atto non serve essere residenti, visto che siamo già cittadini europei».
Grande festa, quindi?
«Sì, c’erano tutti, anche i nostri genitori che ci hanno aiutato a pagare il matrimonio, al Globe, il teatro di Shakespeare, perché a Londra puoi fare la cerimonia in molti luoghi. Poi, però, appena atterrati in Italia ci siamo accorti che tutto cambiava, perché il nostro matrimonio non valeva. Abbiamo incontrato a un dibattito l’avvocato D’Amico, con lei abbiamo deciso di provare la strada del riconoscimento in Italia».
La civil partnership consente alle coppie omosessuali, in Inghilterra, di avere diritti su figli, pensione, eredità. Avete pensato a questo? «Abbiamo prima di tutto pensato al riconoscimento di un diritto. A tutti questi diritti ci pensiamo, magari, sul lungo termine. Per i figli, per esempio, vorremmo prima che in Italia fossero riconosciute tutte le tutele che hanno i bambini delle coppie etero. Ma al momento la nostra è una battaglia perché venga riconosciuto quello che noi siamo, senza dare fastidio a nessuno: una coppia, come le tante coppie sposate e etero che incontriamo nella vita di ogni giorno».
Pensate, a questo punto, di continuare la battaglia giudiziaria affinché i diritti dell’atto inglese valgano anche in Italia?
«Valuteremo con gli avvocati. Per noi era fondamentale che venisse riconosciuto il nostro legame così come stabilito in un atto che esiste da tre anni, senza iscriverci separatamente nel registro milanese. Di sicuro ora abbiamo un appiglio in più, che servirà anche ad altre coppie».
Al vostro matrimonio c’erano tutti i vostri cari. Nella vita di ogni giorno che esperienza avete: la gente è più avanti delle leggi?
«Per mia nonna, che ha 88 anni, Cristian è un nipote acquisito. Sul lavoro, ovunque andiamo, diciamo quello che siamo: una coppia sposata. Siamo stati fortunati a non vivere episodi negativi, ma credo dipenda anche dalla normalità con cui viviamo il nostro rapporto».
(or. Li.)

In Italia non c’è riconoscimento delle coppie di fatto, nonostante le proposte (Pacs, Dico) degli ultimi anni
MILANO
Nel 2012 la giunta Pisapia ha istituito il registro delle unioni civili: serve per le graduatorie dei servizi comunali
L’ESTERO
La maggior parte dei Paesi europei riconoscono unioni di fatto o il matrimonio omosessuale vero e proprio

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da Il Fatto

Nozze gay, tribunale Milano al Comune: “Riconoscere unione contratta a Londra”

Cristian e Federico si sono uniti a Londra il 5 giugno del 2010. Ora i giudici del capoluogo lombardo ha stabilito per la prima volta nella storia italiana che la loro "civil partnership" deve essere trascritta nel Registro voluto nel 2012 dal sindaco Giuliano Pisapia. "Questa è pura normalità, è il modo in cui vivono migliaia di coppie italiane che vogliono diritti e doveri riconosciuti dallo Stato"

di Daniele Guido Gessa

“Ora vogliamo arrivare all’equiparazione con il matrimonio. Lui è mio marito. E vogliamo andare avanti”. Federico G., un esperto di software, è riuscito a portare avanti, insieme al partner Cristian F., biologo, la sua battaglia. Così, per la prima volta nella storia italiana, un tribunale ha riconosciuto una unione civile fra persone dello stesso sesso contratta all’estero, precisamente a Londra, il 5 giugno del 2010. Il tribunale civile di Milano ha infatti stabilito che la loro civil partnership può essere trascritta nel Registro delle unioni civili del capoluogo lombardo, voluto l’anno scorso dal sindaco Giuliano Pisapia. “Mi piacerebbe – spiega ora a ilfattoquotidiano.it Federico – che notizie come questa servano a farci capire che questa è pura normalità, che questo è il modo in cui vivono migliaia di coppie italiane che vogliono diritti e doveri riconosciuti dallo Stato. A noi sono bastate 60 sterline per sposarci nel Regno Unito. Ci siamo uniti al Globe, il teatro di Shakespeare sul Tamigi, davanti a settanta fra parenti e amici. È stato un giorno bellissimo e ora posso finalmente dire che ne è proprio valsa la pena”.

Persino la stampa internazionale, ora, riporta la notizia, sottolineando come la sentenza del tribunale di Milano abbia fatto “la storia”. Federico racconta come è avvenuto il tutto: “Ci è bastato prendere una residenza temporanea nel Regno Unito e per portare avanti la pratica ci è voluto un anno. Una volta contratta la civil partnership, siamo tornati in Italia, dove abbiamo conosciuto un avvocato che si occupa di tali questioni, Marilisa D’Amico, che è anche consigliere comunale a Milano. Così abbiamo deciso di portare avanti una causa per il riconoscimento, cosa che abbiamo ottenuto, ma ora non vogliamo fermarci. La burocrazia a Londra non è stata una cosa di poco conto, ma una volta che si è abituati a quella italiana tutto fila liscio. Così ora non ci spaventano nemmeno ulteriori passaggi in tribunale”.

L’avvocato D’Amico, che è anche docente all’Università di Milano, spiega a ilfattoquotidiano.it: “Al momento io e il mio collega Massimo Clara stiamo seguendo ben venti coppie che vogliono intraprendere lo stesso percorso, e cioè la trascrizione all’anagrafe. Molte di queste coppie non escludono nemmeno un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, nel caso le corti italiane non dovessero riconoscere quanto richiesto. In aiuto viene la sentenza della Cassazione dello scorso anno, che pur non consentendo la trascrizione all’anagrafe di un matrimonio contratto all’estero, ha spinto verso un riconoscimento delle coppie gay”.

Ma qual è la vera novità del caso di Cristian e Federico? “Per la prima volta – continua D’Amico – in Italia è stata registrata una unione contratta all’estero proprio come tale. Cioè nel Registro milanese delle unioni civili c’è scritto chiaramente che questa è una partnership londinese. Quello che cambia per loro è che ora potranno accedere al welfare locale, concorrere alle graduatorie per le case e per il complesso dei servizi sociali. Così, allo stesso modo, potranno assistere il partner in ospedale, purché sia una struttura nel territorio di Milano. Tutte cose non garantite dalla legge italiana, ma il Registro serve proprio a questo”. Una speranza? “Che la giurisprudenza italiana riconosca finalmente che l’Italia non è uno Stato separato, ma che è pienamente in Europa. Così dovrebbero essere rispettate le varie pronunce e sentenze a livello comunitario”.

Intanto Cristian e Federico già pensano a un prossimo passo. “Ci piacerebbe avere dei figli, perché no”, dice Federico. “Ma il tutto deve avvenire alla luce del sole, nel rispetto di una legge che verrà, non vogliamo ricorrere a sotterfugi che pur già sono disponibili. Certo, non so se la mia generazione vedrà mai…”. E si blocca così.

Tags: unioni civili ; sentenze giudiziarie ; ORIANA LISO ; La Repubblica

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