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28/12/2011 - Corriere della Sera - Alessandra Farkas
Eva e le casalinghe disperate «Più vere delle femministe»
La Longoria: questo show è stato una benedizione

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NEW YORK — «Non sono addolorata da questo addio», esordisce Eva Jacqueline Longoria, l'ormai leggendaria star di «Casalinghe Disperate», passando dall'inglese allo spagnolo all'inglese, «perché dovrei esserlo? La serie viene trasmessa in 208 Paesi e ogni giorno un nuovo pubblico la scopre e se ne innamora». L'ottava e ultima stagione della famosa serie tv va in onda il mercoledì alle 21.55 su Foxlife. In Usa ha registrato un considerevole calo di ascolti, passando dai 24 milioni di spettatori della prima ai 12 milioni della penultima (Nielsen). Non c'è da stupirsi, dunque, se la puntata preferita della Longoria è la prima. «Adoro l'episodio pilota — racconta —. Anche per il resto del cast fu quasi uno shock: essere protagonisti della nascita di un programma di successo è un evento eccezionale. Questo show per me è stato una benedizione, come vincere alla lotteria».
Sette anni dopo il debutto di «Casalinghe Disperate», l'ex modella di origine messicana nata il 15 marzo 1975 a Corpus Christi, in Texas, è, secondo Forbes, l'attrice tv più pagata di Hollywood, con 13 milioni di dollari guadagnati solo nell'ultimo anno. Per viaggiare, oggi la Longoria usa guardie del corpo. «Dopo l'America — spiega — il Paese più innamorato dello show è la Gran Bretagna, dove mi sento una rock star». E l'Italia? «L'ho visitata un paio di volte ma purtroppo non vi ho trascorso abbastanza tempo come a Londra. Però la maggior parte delle mie campagne pubblicitarie, dai gelati ai gioielli, sono made in Italy».
Le uniche a non entusiasmarsi sono le femministe. «"Desperate Housewives" ci riporta indietro, a un tempo in cui l'identità delle donne era determinata dall'uomo che sposavano», teorizza Ms. Magazine, Bibbia delle femministe Usa, secondo cui lo show «rinforza cinicamente stereotipi sessuali e di classe». «La serie è vincente proprio perché le quattro casalinghe non rispecchiano alcuno stereotipo», ribatte la Longoria, «ma, al contrario, portano in scena le nuove donne contemporanee. Che divorziano, lavorano, crescono i figli, non cucinano, sono single e amano far casino». «Personalmente io non mi considero femminista — tiene a precisare — ma se essere femminista significa avere la schiena dritta e non offrirsi mai come zerbino da calpestare, allora sì, sono femminista. Così come lo è Gabrielle Solis, che non vuole essere giudicata in base al quartiere dove vive, agli amici e al marito».
Nella sua biografia ufficiale anche lei non menziona i tanti flirt che la vedono eterna protagonista dei tabloid e concede questa intervista a una condizione: «Nessuna domanda sulla vita privata», quasi fosse un incubo da dimenticare o una parola sporca. Persino i suoi matrimoni sono off limit. A partire dal primo, (con Tyler Christopher, protagonista di «General Hospital»), durato dal 2002 al 2004, al secondo, (col giocatore francese di basket, stella della Nba, Tony Parker, sette anni più giovane di lei) finito dopo tre anni, nel 2010, per l'infedeltà di lui che la tradì con la moglie di un suo compagno di squadra dei San Antonio Spurs. Dopo il divorzio da Parker, le sono stati attributi altri fidanzati, tra cui l'attore Gerard Butler (ex di Cameron Diaz e Jennifer Aniston) ed Eduard Cruz, fratello più giovane dell'attrice spagnola Penélope Cruz, col quale, forse, sperava di «chiudere il cerchio». Per prendere le distanze dai messicani che ogni giorno oltrepassano illegalmente il confine, la Longoria avrebbe scoperto le radici «nobili» del suo pedigree europeo.
Secondo le ricerche condotte per lei dal luminare afroamericano di Harvard, Henry Louis Gates Jr., la star sarebbe al 70% di sangue europeo (27% indigena e 3% africana), discendente dello spagnolo Lorenzo Suarez de Longoria, emigrato dalle Asturie nell'attuale Messico nel 1603. E tra i suoi «parenti» genetici ci sarebbe addirittura il famoso violoncellista Yo-Yo Ma.
Non contenta dei riconoscimenti ricevuti finora, tra cui «donna più sexy del pianeta» e «50 más bellos», è decisa ad imporsi come attrice seria.
«Ho in cantiere una dozzina di film per il grande schermo, tutti ruoli impegnativi», incalza. Tra questi: The Truth, con Andy Garcia e Forest Whitaker, sulla privatizzazione dell'acqua in Sud America, Long Time Gone, dove vestirà i panni dell'amante che alla fine riesce a portar via il marito alla moglie fedele, Who Gets the Dog (di cui è anche produttrice) che racconta la battaglia di una coppia di divorziati per l'affidamento del loro cane e Without Men dove sarà la leader di un villaggio sudamericano rimasto senza uomini dopo il loro reclutamento forzato da parte della guerriglia. Anche se non lo dice, tutti a Hollywood sospettano che punti all'Oscar.

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Fiction gloriosa tra melodramma e letteratura

di ALDO GRASSO

Cosa ha rappresentato «Desperate Housewives»? Intanto non dimentichiamo che la gloriosa serie inizia con la morte di Mary Alice Young. Da quella sua stranita voce fuori campo (la voce della morta!) prende le mosse il vivido e ironico racconto della vita nei sobborghi residenziali, nelle linde città «satellite» dove l'apparenza gioca un ruolo non solo scenografico. La morte di Mary Alice porta a galla i segreti mai confessati dagli abitanti del quartiere, e quelli delle sue quattro amiche-nemiche: Susan, Lynette, Gabrielle e Bree. Ed è la stessa voce della morta a fare da guida allo spettatore, con una serie di meditati e ironici aforismi. «Desperate Housewives» racconta lo smarrimento di chi sospira al ricordo delle proprie ambizioni, delle proprie infatuazioni, della velenosa quiete cui non voleva credere e che, invece, l'avvolge. I destini incrociati delle protagoniste sono tenuti insieme da una cura esasperata dei particolari, da un montaggio analogico di rara efficacia (gli stacchi sono sempre legati da un oggetto, da un gesto, da una combinazione), da citazioni colte, da una scrittura apparentemente popolare, piana ma riscattata continuamente dal talento di Marc Cherry. Il telefilm è anche un riuscito mix di genere, dal melodramma alla soap, dal mistery alla commedia. In «Desperate Housewives», ogni personaggio ha almeno una doppia personalità, se non una doppia vita, per raccontare la quale si attinge a piene mani dalla grande letteratura, dal grande cinema, dal teatro. Se su uno zerbino appare la scritta «Bless this happy home» si può stare sicuri che quella è tutto fuorché una casa felice; se una madre dialoga con una figlia è certo che i ruoli sono invertiti, che le figlie fanno da madre e le madri si comportano da figlia; se Bree è perfetta, è perfetta in quello che non ci aspettiamo. Grazie alla tragedia della quotidianità, ben mascherata dal lindore di Wisteria Lane, le nostre splendide disperate (Bree su tutte) diventano portatrici di tormenti e di dubbi di per sé incompatibili con la loro quieta natura di casalinghe. Tutto è diverso da come appare e chi vuol determinare il corso degli eventi (con uno stratagemma femminile, per troppo amore o per troppo calcolo) si trova sempre prigioniero dei medesimi, suo malgrado.

Tags: Desperate Housewives ; Alessandra Farkas ; Corriere della Sera ; TELEVISIONE

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