05/06/2011 - Il Gazzettino - Anna Guaita
Aids, trent'anni fa iniziò l'epidemia
L'Onu: possibile il tasso di infezione zero

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NEW YORK - Era l’estate del 1981, e nella comunità medica di tutto il mondo gli esperti di malattie infettive sentivano che sotto i loro occhi stava sviluppandosi un orrore di portata potenzialmente molto grande. Eppure, anche i massimi esperti dell’epoca non si sarebbero mai immaginati che nell’arco di trent’anni quella strana indefinibile malattia si sarebbe estesa a contagiare 60 milioni di persone, uccidendone la metà.

Cominciava così, nel giugno del 1981 l’espansione dell’Aids. Domani, domenica 5, saranno esattamente 30 anni da quando un ricercatore dell’Università della California, Michael Gottlieb, pubblicò un primo articolo in cui si descriveva l’esplosione «di polmonite da pneumocisti carini in giovani pazienti gay altrimenti in ottime condizioni di salute».

L’articolo servì a mettere in contatto altri epidemiologi che stavano invano tentando di curare alcuni giovani in altre città. Tutti si trovavano davanti lo stesso drammatico quadro clinico: giovani gay, sani, soffrivano di una malattia in genere presente solo in individui il cui sistema immunitario era totalmente collassato. Tutti quei primi giovani colpiti dal virus persero la vita. Cinque mesi dopo il saggio di Gottlieb, il Centro per le Malattie Infettive di Washington dichiarava che si era in «presenza di un’epidemia». E un anno più tardi, la malattia veniva denominata Aids, dalle parole Acquired Immune Deficiency Syndrome.

Facciamo un balzo avanti di 30 anni esatti. Ieri alle Nazioni Unite è stato presentato il rapporto della speciale agenzia Onu preposta allo studio e alla battaglia contro l’Aids, e non si può negare che il mondo - dopo quell’infausto inizio caratterizzato da confusione, razzismo anti gay, ipocrisia e paura - abbia finalmente imbroccato la strada giusta. Ma allo stesso tempo non c’è dubbio che gli sforzi debbano essere moltiplicati, perché la possibilità di portare il mondo a un tasso di infezione zero non è più un sogno ma una realtà possibile.

Il rapporto Onu prova infatti che i finanziamenti da organizzazioni private e pubbliche, da paesi più ricchi e da singoli individui, ha reso possibile estendere il trattamento antivirale a milioni di persone anche nei Paesi in via di sviluppo: decine di migliaia di vite sono così state salvate. Ma tante aspettano ancora e rischiano di non essere salvate in tempo. Oltre 6 milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo assumono il cocktail di medicine che li mantiene in buona salute, ma ce ne sono almeno altri 9 milioni che ancora non ricevono le medicine salvavita. La vicesegrataria dell’Onu, Asha-Rose Migiro ha ieri insistito: «Il progetto di arrivare entro il 2015 a un livello universale di accesso alle cure e alla prevenzione deve diventare realtà».

Il segretario generale dell’Onu ha però scritto nell’introduzione al rapporto: «Siamo a un crocevia: il numero delle persone infettate e il numero dei morti va diminuendo, ma le risorse internazionali necessarie per mantenere questo progresso, per la prima volta negli ultimi dieci anni sono diminuite».

L’ex presidente americano Bill Clinton aggiunge: «Ancora oggi, più di 7 mila persone al giorno, incluso mille bambini, rimangono contagiati dal virus. E ogni venti secondi qualcuno ne muore». Quel che è peggio, è che dei 33 milioni di persone che si calcola siano infette, una buona metà non lo sa, e quindi può passare il contagio inconsapevolmente anche ai propri cari.

Tags: aids ; Anna Guaita ; Il Gazzettino

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