07/09/2008 - L'Unità - Alberto Crespi
Il pasticcio finale di una Mostra dal menù sballato
Un verdetto sconcertante chiude una Mostra che ha avuto nel concorso il suo punto debole... premio Orizzonti Doc giustamente assegnato al bellissimo Below Sea Level di Gianfranco Rosi...

LO SCONCERTO DEL CRITICO

Un verdetto sconcertante chiude una Mostra che ha avuto nel concorso il suo punto debole. Venezia 2008 non è stata una brutta edizione: è stata un'edizione sghemba, in cui molti film stavano nel posto sbagliato, e in cui le sezioni collaterali (Orizzonti, Settimana della Critica, Giornate degli autori) ospitavano film assai migliori del vincitore. È sorprendente pensare che The Wrestler, di Darren Aronofsky, torni a casa con il Leone d'oro: non perché sia brutto, ma perché è un film normalissimo, come ne escono due o tre ogni week-end, impreziosito solo da una prova di Mickey Rourke in cui l'identificazione esistenziale e fisica con il personaggio - un lottatore in disarmo, con il corpo e la psiche pieni di cicatrici - prevale sulla tecnica.
Il che va benissimo, e poteva giustificare una Coppa Volpi all'attore, dettata dal cuore più che dal cervello. L'unica consolazione è che tale Coppa, «deviata» dal Leone al film, va a Silvio Orlando, un attore straordinario che nel Papà di Giovanna di Pupi Avati è al di là di ogni elogio. Teza, film bello e importante dell'etiope Haile Gerima, era il nostro Leone d'oro: e nulla ci impedirà di pensare che abbia perso per motivi geopolitici, perché premiare un americano è sempre più conveniente che premiare un africano. Aleksej German merita il premio per la regia almeno quanto 6-7 suoi colleghi in concorso, mentre è abbastanza assurdo che la giuria abbia escluso dai premi importanti le opere più originali e avanzate sul piano del linguaggio, i due cartoons giapponesi di Mamori e Miyazaki e il bellissimo Vegas. Based on a True Story dell'iraniano Amir Naderi; e che abbia ignorato un film potente e politicamente importante come The Hurt Locker di Kathryn Bigelow.
Il cinema italiano si consola con la Coppa Volpi, com'è successo di frequente negli ultimi anni. Probabile che nelle alte stanze di Medusa e di Rai Cinema si aspettassero di più: se contasse esclusivamente il palmarès, forse il duopolio che domina il nostro mercato deciderebbe prima o poi di disertare Venezia, dove i suoi loghi vengono regolarmente fischiati, i film non vincono e rischiano l'impallinamento critico, le spese per alloggio e promozione sono ormai insostenibili.
In realtà il prestigio del Lido rimane, anche se appannato, e un certo ritorno c'è, se è vero che il film di Ozpetek è partito molto bene (venerdì sera al Sacher di Roma, per la «prima», c'era la folla) e che Pranzo di ferragosto, premiato come miglior esordio, sta facendo sfracelli nelle (poche) sale dove è programmato.
Quest'ultimo dato, assieme al premio Orizzonti Doc giustamente assegnato al bellissimo Below Sea Level di Gianfranco Rosi, ci spinge a ricordare che il cinema italiano ha dato il meglio di sé nelle opere marginali, negli esordi (ricordiamo anche Un altro pianeta di Tummolini), nei documentari figli di un dio minore (Below Sea Level è stato rifiutato da tutte le tv del regno, che ora magari faranno ammenda dopo il premio). E questo è un altro segno dell'asimmetria di cui sopra, di una Mostra che ha sballato - per usare una metafora culinaria - la disposizione del menù, mettendo il secondo al posto del primo e sbagliando l'accoppiamento dei vini. Gli ingredienti erano discreti, ma prima il maître, poi la giuria hanno combinato un pasticcio.

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Hanno preso a pugni il Leone

di Gabriella Gallozzi

CONTRASTI Una irrituale cerimonia conclusiva della Mostra ha segnalato intoppi e screzi nella giuria. A cominciare da chi premiare: i giurati puntavano all’etiope «Teza» e a Rourke miglior attore, ma così gli italiani restavano all’asciutto, e allora...

Èil volto dolente da pugile bastonato di Mickey Rourke il Leone d'oro di questa Mostra. È lui, infatti, a salire sul palco per la consegna del premio a The Wrestler del newyorchese Daren Aronofsky. È lui a parlare, è lui a ricevere il fiume di applausi della sala. Mentre Wenders, presidente di giuria, è molto chiaro: bisognerà cambiare il regolamento per permettere la sovrapposizione tra i tre maggiori premi e la Coppa Volpi per il miglior protagonista. «Per questo tra di noi ci sono cuori infelici e insoddisfatti». In questo modo, è certo, il film con Mickey avrebbe fatto il pieno. Invece, la Coppa Volpi è andata a Silvio Orlando, per Il papà di Giovanna di Pupi Avati. Accolto comunque dall'entusiasmo della sala. Ancor più scrosciante, però è l'entusiasmo per il Leone del Futuro a Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio che ha portato al Lido tutta la freschezza di una commedia sulla terza età, con le sue vecchiette terribili.
Si è conclusa così, la cerimonia del palmarès di questa Venezia 65. Una cerimonia «a rito abbreviato», per esigenze televisive e per la gioia dei cronisti, abituati ad inesorabili e lunghissime passerelle. Anzi, per la prima volta, il festival ha spezzato in due la cerimonia. Nel pomeriggio i premi del secondo concorso, Orizzonti, - vince il filippino Melancholia, lungo 7 ore - , insieme ad una quindicina di altri riconoscimenti collaterali (una lista interminabile di sigle ed associazioni, tra cui mancava solo il club dell'uncinetto). Che hanno dato il là a Tinto Brass per «benedire» la Mostra a suo modo: «È a un passo dal camposanto». E a giudicare dall'uscita così diretta di Wenders sul palco e dalle polemiche che seguiranno...
Una cosa è certa: questo palmarè è stato tra i più sofferti. Ancora l’altro ieri sera la giuria si è accapigliata fino a notte fonda. E non deve essere stato facile metter d'accordo i gusti così diversi della nostra Valeria Golino, dello sceneggiatore di Sokurov, Yurij Nikolaevic Arabov, dell'artista inglese Douglas Gordon, dell'americano John Landis, dell'argentina Lucrecia Martel e di Johnnie To. Si mormora che nel gruppo il cinema italiano del concorso sia stato a mala pena tollerato. Tanto che al passaggio, dell'ultimo, Il seme della discordia di Pappi Corsicato, l'esclamazione sia stata quasi unanime: questa è l'ultima goccia, basta con gli italiani! A parte Bechis, forse, circolato fino ad un certo punto tra i papabili.
La Golino portatrice della nostra bandiera se la deve essere vista brutta... Via, allora, al lavoro diplomatico. Se in un primo momento si era raggiunto l'accordo sul Leone d'oro all'etiope Teza (sarà portato nelle nostre sale dalla Riply's film, produttrice a sua volta dell'apprezzato Un altro mondo) la Coppa Volpi, e il rigido regolamento, avrebbero fatto crollare il castello. Mickey Rourke in The Wrestler, infatti, sarebbe stato il designato. Il più amato da tutti. Come il suo film, del resto. Ma la spinta di Wenders e della Golino - e non solo loro, chissà - a trovare una mediazione ed accontentare pure gli italiani, che sono pur sempre i padroni di casa, ha scompaginato le carte. E così sarebbe saltato fuori il premio per Silvio Orlando. Un riconoscimento ad un bravo interprete, molto apprezzato, anche, ma che allo stesso tempo faceva rientrare nel palmarès il film della Medusa che sembrava così poco amato dalla giuria. Le discussioni sono state furibonde. Ma deve aver prevalso la «ragion di stato». Che sicuramente non troverà d'accordo neanche quella parte di pubblico reattivo al tema del revisionismo che Il papà di Giovanna porta con sé. E di cui sicuramente sentiremo ancora parlare.

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Italiani bravi registi. Fuori concorso

di Gabriella Gallozzi

IL CASO C’è vita nel nostro cinema extra-gara visto a Venezia. Il «Pranzo di Ferragosto» sulle nonne romane ottiene il premio De Laurentiis per l’opera prima, Uberto Pasolini vince le Giornate degli autori con i suoi cingalesi finti campioni di palla a mano

Se con Silvio Orlando, l'Italia ha messo un «piedino» nel palmarès, le vere rivelazioni del nostro cinema sono arrivate dalle altre sezioni del festival. Come era nell'aria, le vecchiette terribili del Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio, che hanno letteralmente rapito sia la stampa che il pubblico, non potevano restare a bocca asciutta. Il film, «ospite» della Settimana della critica, già uscito nelle sale con ottima accoglienza, ha portato a casa il meritatissimo Leone del futuro, il premio De Laurentiis per la migliore opera prima. Cogliendo di sorpresa innanzi tutto il regista-protagonista: «Sono emozionatissimo - dice nel suo elegante romano trasteverino - devono essere piaciuti la semplicità e l'onestà del film». Per il quale ringrazia a raffica tutti gli «artefici»: Matteo Garrone, la Rai, Fandango e, soprattutto, le sue straordinarie e non più giovanissime interpreti.
C'è vita, insomma, nel nostro cinema. Machan, di Uberto Pasolini, vince le Giornate degli autori, raccontando in commedia l'incredibile viaggio dei cingalesi, improbabili giocatori di palla a mano. Gianfranco Rosi, altra rivelazione della Mostra, porta a casa il premio di Orizzonti e quello di Doc.it per il suo straordinario Below Sea Level. Confermando grande vitalità anche nel documentario. L'altro vero caso di questa Mostra, infatti, è Pinuccio Lovero, sogno di una morte di mezza estate del giovane autore pugliese, Pippo Mezzapesa, passato anch'esso nella Settimana della critica. Per lui il Lido è letteralmente «esploso», un po' come è successo per le vecchiette di Ferragosto: pubblico in fila un'ora prima della proiezione, 10 minuti di applausi in sala, mentre il tam tam dei festivalieri suggeriva di «non perderlo». Prodotto dalle indipendenti Vivo film di Donzelli e Paonessa e la pugliese Paky Fanelli, la pellicola ci trasporta in una piccola storia surreale, di quelle che tanto ci dicono del nostro paese, in questo caso il profondo Sud: Bitotonto. Qui vive il quarantenne Pinuccio Lovero, precario nel lavoro e negli affetti, deciso a tutti i costi a realizzare il suo sogno: diventare guardiano «a livello cimiteriale», come dice lui. Cioè, fare il custode del camposanto del suo paese, per indossare la «divisa di gala» (sua anche questa definizione), accompagnare i morti, seppellirli e curare le tombe. Come fantasticava fin da bambino. Fatalità, però, quando finalmente gli viene assegnato l'incarico - a tempo determinato, ovviamente, nell'Italia del precariato - succede l'imprevedibile: nella piccola frazione di Mariotto, dove è stato destinato, non muore più nessuno. Così l'appassionato becchino si ritrova di fronte ad interminabili giornate di inattività. «Ecco - dice mostrando il registro degli "ingressi" - sono cinque mesi che non arriva un funerale. In paese dicono che sono io. Che porto fortuna». Così Pinuccio, in attesa del «morto», diventa guida «ufficiale», per lo spettatore, di un viaggio in un meridione fatto di processioni, devozione, vicoli e paganesimo. «La morte? - dice - Non è che mi fa paura... Ma è meglio che venga il più tardi possibile». E sapete com'è finita la sua storia nella realtà? Ha perso il lavoro.



Un palmarès pieno di sorprese
Molte fuori luogo


LEONE D'ORO
«The Wrestler» di Darren Aronofsky
LEONE D'ARGENTO per la miglior regia
«Paper Soldier» di Aleksey German jr.
PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA
«Teza» di Haile Gerima
COPPA VOLPI per il miglior attore:
Silvio Orlando per «Il papà di Giovanna»
COPPA VOLPI per la miglior attrice:
Dominique Blanc per «L’autre»
PREMIO MASTROIANNI
Jennifer Lawrence per «The Burning Plain»
OSELLA PER LA FOTOGRAFIA
Alisher Khamidhodjaev e
Maxim Drozdov per «Paper Soldier»
OSELLA PER LA SCENEGGIATURA:
Haile Gerima per «Teza»
LEONE SPECIALE (l’opera complessiva)
Werner Schroeter
PREMIO ORIZZONTI
«Melancholia» di Lav Diaz
PREMIO ORIZZONTI DOC
«Below Sea Level» di Gianfranco Rosi
PREMIO DE LAURENTIIS OPERA PRIMA
(Leone del futuro)
«Pranzo di Ferragosto» di Gianni Di Gregorio
PREMIO GIORNATE DEGLI AUTORI
«Machan» di Uberto Pasolini


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